In quello che viene definito in termini generali il quadro di coerentizzazione nevrotico, e che implica la possibilità di operare all’interno di un’analisi “classica”, la ripetizione sintomatica o comportamentale, nella sua ripresa riflessiva, nella pensabilità che offre la cura, permette di istituire l’altra scena, inconscia, come una matrice di senso e di storicità in attesa di essere compresa, decifrata, e soprattutto ricollegata ad altre possibilità rimaste in giacenza nelle storie raccontate, nei vissuti apparentemente omogenei di un soggetto. L’altra scena introduce di per sé un taglio, una differenza, una dissimmetria nelle produzioni psichiche istituendosi non tanto come la raggiunta verità di una vicenda, ma come un’altra verità con cui fare i conti, e che di per sé determina un’apertura nel tessuto unitario, nelle credenze totalizzanti dell’Io. Gli elementi psichici così riattraversati, essendo il frutto di operazioni traduttive inerenti non più solo alla storia pregressa, ma segnati dai movimenti di un nuovo oggetto pulsionale, l’analista, permetteranno allora di rimettere al lavoro quella produzione continua di scarti, residui, reti di significazione e potenzialità germinali che trovano la loro massima espressione nel sogno, sia come espressione di desiderio, sia, come scriverà Freud nel 1932, come tentativo di realizzazione di desiderio. Questa seconda eventualità indica che l’operazione sognante non è giunta a buon fine, che vi è uno scacco nei processi di riconfigurazione o di ritrascrizione soggettiva a causa dell’aderenza ai nuclei traumatici o resi tali (cioè, intoccabili e perennizzati) dal lavoro di segmentazione difensiva che tende ad istituire causalità elementari, scisse. In tal modo, un resto notturno[1] si propone alla prosecuzione di un’elaborazione, è consegnato alle capacità dell’Io diurno, in un ciclo ricorsivo che tende -idealmente- a consumare la quota enigmatica di ciò che è rimasto inelaborato. Questa dinamica realizza dunque la forma o la preforma di un lavoro psichico che tenta di accedere a stati del sé, a rappresentazioni che non hanno trovato ancora possibilità di esistenza, e che segnalano la spinta verso un oggetto vitale, la vettorizzazione di un desiderio.
Al contrario, di fronte a quadri clinici caratterizzati da una ripetizione in cui una ripresa soggettiva dei vissuti e dei funzionamenti psichici appare irraggiungibile o fortemente ostacolata, continuo ad interrogarmi su una questione: come rimettere in moto i processi di ritrascrizione bloccati dall’intrattabilità soggettiva di una realtà traumatica? Ciò che mi sembra assumibile dalla nostra comunità di clinici e di ricercatori, è in effetti la riflessione sui modi in cui cerchiamo di pensare l’impossibilità o quantomeno l’estrema difficoltà di trovare un senso che possa essere condiviso fra i due membri della coppia al lavoro, nella constatazione che la ripetizione tenta di cancellare l’evento stesso dell’incontro e ciò che eventualmente esso può apportare. Come osserva un giovane paziente: “Io non parlo con la gente, costruisco monologhi in cui ho già preparato il mio discorso. Non accade nulla che non abbia già preventivato”. Forse ciò succede perché nel quadro narcisistico così delineato sarebbe impensabile fuoriuscire da una forma organizzativa che segnala sia un fallimento dei processi di oggettualizzazione, sia la necessità identitaria di questo scacco, in modo da ricominciare il processo di denuncia e di attesa nostalgica di un oggetto che può darsi solo come oggetto-limite. Cioè, di un oggetto né interno né esterno, rigorosamente sulla soglia, espulso/ trattenuto, segnalando la vera posta in gioco di queste vicende cliniche: l’assassinio del tempo, (sempre questo paziente: “mi sono trovato a vivere bene nel momento in cui ho tolto tutti gli orologi e costringevo i mei amici a non portarne nessuno”), la dimensione melanconica di un lutto impossibile, e il tentativo comunque operante di istituire dei modi di trattamento del trauma. Si pone allora, questo è il dato clinico teorico che intendo sottoporvi, il problema di come creare- tramite la scomposizione dei processi in identico, che inghiottono la storia di ogni possibile evenienza, - le condizioni generative di altre scene, di altri dialoghi o racconti, all’interno della coazione a ripetere. Cercando in tal modo di aprire in essa degli strati rappresentativi differenti, di creare una discontinuità laddove ci sembra di essere confrontati con l’unicità e la fissità di un piano psichico che cerca di istituire una continuità del sempre uguale.
°°°
Proverò ad illustrare ciò che voglio discutere con voi facendo ricorso ad un esempio clinico. Con Anna siamo giunti alla possibilità, dopo circa un anno di lavoro, di un lavoro analitico a più sedute settimanali vis à vis, rendendosi impossibile l’esperienza del lettino, nella necessità, espressa con forza, di un rapporto diretto, di un “guardarsi in faccia davvero”. Il passaggio, dopo una lenta progressione, attesta la cautela nel contatto con la situazione analitica seppur fortemente desiderata. Anna ha una lunga storia clinica, con cicli molto invalidanti di anoressia e bulimia, vari ricoveri intervenuti in diverse fasi della vita, data la gravità delle sue condizioni, da relazionalità caratterizzate da profonde quanto impensate oscillazioni fra il bisogno dell’altro e, nel momento in cui questo bisogno viene espresso, il carico di odio e di distruttività che deve determinare l’allontanamento immediato dell’oggetto. Le relazioni che le hanno permesso di incontrare oggetti funzionanti sono state immediatamente interrotte, rievocando, riesumando direi, un altro sparito nel tempo e recuperato per l’occasione della rottura, poi, una volta consumata la cancellazione di una esperienza diversa, rigettato a sua volta, per essere rievocato in termini immaginari come un oggetto infinitamente desiderato di cui, però, non si sottolineano che le atroci mancanze ed inadempienze.
La struttura psichica appare tipicamente borderline, con una oscillazione continua fra invasività dell’oggetto, che deve essere subito gettato via quanto meno nelle critiche feroci che fa, respinto appena esso si avvicina in una modalità piena, oppure si istituiscono procedure complesse di assentizzazione della propria mente dal contatto con l’oggetto, attraverso il pensiero fisso e ricorrente di un oggetto perduto. Oppure, ed è la modalità di ripetizione prevalente, attraverso l’incessante racconto delle meraviglie dell’oggetto perduto, che appare però caratterizzato, mentre viene evocato come l’unico oggetto bello della propria vita, da una radicale quanto disastrosa inadempienza e inaffidabilità: questa, ad esempio, è la descrizione del padre di suo figlio da cui si è separata. In breve, non solo l’unico oggetto rassicurante è quello che non c’è (o di fatto non c’è mai stato), ma sostanzialmente questa nostalgia è una infinita recriminazione delle qualità inconsistenti dello stesso, e ogni incontro si snoda intorno ad una dialettica di richiamo di ciò che non c’è, accompagnato subito dopo dalla sua degradazione per poi ricominciare, nella seduta successiva, questo ciclo di paradossale fort/da. Si tratta di una modalità che accompagna del resto in maniera integrale la sua vita, obbligandola a contrattualizzazioni masochiste e ad interminabili discussioni con chi è ormai andato via ma che a sua volta, in un gioco relazionale crudele, descrive eventualmente alla paziente la realtà meravigliosa delle proprie nuove scelte oggettuali, pur dichiarando l’amore per lei che però non si sostanzia in nessun incontro o in nessuna presenza.
Al medesimo tempo, come appare sempre più evidente, ciò che è andato perduto serve per svalutare ciò che si presenta, nella scena analitica come nella realtà esterna. È ciò che Green, nelle sue riflessioni intorno alla dimensione del negativo, e riprendendo in questo anche delle osservazioni di Winnicott, ha costantemente espresso, illustrando come ciò che non è mai accaduto o che doveva accadere, sarà sempre più importante di ciò che può infine sopraggiungere. Il fallimento della terzietà appare, analogamente, nella ricerca costante di situazioni impossibili che fanno da schermo e offuscamento dell’oggetto presente verso il quale le richieste o i bisogni pur denunciati appaiono però subito cancellati dal pensiero di ciò che manca comunque. La ripetizione di questo scenario e di questi racconti è praticamente ininterrotta e il tentativo di osservare con lei le varie dinamiche messe in atto sembra a prima vista esser fruttuoso, -la paziente del resto è particolarmente intelligente e in qualche modo vissuta dal suo dolore-, per poi ritrovarci però nella seduta successiva nella medesima situazione. Ma ciò che mi preme osservare è il clima analitico che si instaura: un clima sostanzialmente articolato intorno ad una riflessione che non lascia mai introdurre uno spazio di alterità emotiva differente dallo stato d’animo presente; che non permette cioè un allontanamento dalla lettera del discorso intendendo con ciò che il senso possibile, quello che a malapena riusciamo a condividere, mi appare legato ad un tentativo di mostrare alla paziente il suo interminabile movimento di nostalgia/degradazione, che piega l’analisi medesima in un ciclo di infinita ed immobile ripetizione. So bene che bisogna continuare a proporre in questi casi una spinta vitale, un desiderio di legami psichici, di connessioni di fronte allo spezzettamento di tutto ciò che si è mostrato e che si manifesta tipicamente nel dover sempre ricominciare da capo. Anche se un senso verrà accolto e distrutto, seduta dopo seduta, ritengo che occorra riproporre una possibilità di investimento significativo della propria esistenza che altrimenti precipiterebbe nel non senso o nell’ineluttabilità del destino, anche se mi rendo conto che si può dispiegare in tal modo sia una dissimmetria di funzionamenti psichici (fra quello dell’analista e quello del paziente), generatrice di nuove ferite narcisistiche, sia un funzionamento dell’analisi medesima “en boucle”. Il vero problema mi sembra essere però il seguente: se una relazione, una dialogicità, uno scambio interpretativo, un commento, possono istituire un nucleo di agglutinazione psichica, un organizzatore di processi autoriflessivi, sembra invece che nella cancellazione di tutto ciò che accade in analisi l’unico organizzatore che traspare nel materiale clinico sia lo schema ripetitivo del desiderio impossibile e della denigrazione subitanea dell’oggetto. Il che da un certo punto di vista è pur sempre importante, perché la ripetizione funge qui da limite dei processi di regressività estintiva, di riduzione, cioè, dello psichico al vuoto. E tuttavia, come negare la sofferenza di una situazione in cui non si può mai compiere un passo di lato, un intervento che possa uscire dal confronto con l’oggetto cattivo? Detto in altro modo, la mia mente è convocata, e a volte francamente, con violenza, obbligata, a aderire al solo senso possibile, quello di evocare l’oggetto, di mostrarne l’uso, replicando però paradossalmente, nella stessa vicenda clinica, negli scambi che si svolgono fra di noi, i movimenti di oggettualizzazione/ disoggettualizzazione che caratterizzano il funzionamento globale della paziente. Il mio eventuale silenzio, direi piuttosto una mia eventuale pausa riflessiva, ad esempio è respinta in maniera rabbiosa come un disinteresse immediato, come un pensare ad altro, come un assentarmi respingente, e la parola è costantemente invocata per assicurarsi, come dirà in una seduta recente, che “lei c’è, che non è persa”, aggiungendo che la parola dell’altro, di fatto, l’organizza, le permette di non essere confusa, ma che, in un attimo successivo, è tuttavia non sostanziale, perché di fatto altra, diversa, superficiale, non capace di cogliere la realtà del proprio desiderio e così via. La mia presenza visiva, auditiva, sensoriale, e allo stesso tempo deaffettivizzata nel suo uso limitato, si accosta o è intrecciata stabilmente, a quel punto, alla rievocazione dell’oggetto perduto che nel ciclo infinito di assunzione e respingimento diventa poco dopo un oggetto maltrattante. Si potrebbe dire che io fungo da garante per l’esplicitazione della mancanza dell’oggetto nostalgico e denigrato nel momento medesimo in cui lei descrive le qualità che lo hanno reso indispensabile, che la mancanza, (dell’oggetto perduto), è così introdotta nella presenza della relazione, che assume dunque il carattere di una relazione che viene dopo la perdita di qualcosa che non potrà mai essere ritrovato, che questa presenza dell’oggetto è, in via transferale, negativizzata attraverso la denuncia della sua inconsistenza, oppure che al posto di un oggetto presente si ha nostalgia di uno assente che invalida tutto ciò che si può vivere come novità.
In una seduta, il discorso si sposta su di un altro tipo di oggetto, il padre, certo idealizzato, ma che appare per lei vitale e capace di comprenderla, e con cui si sente in grande sintonia intellettuale ed affettiva. Il clima muta di segno, lei sembra nel fondo commossa, la scena sembra perdere la sua materialità o letteralità e introdurre sentimenti forse più complessi; il corpo a corpo fra noi due va sullo sfondo ed io avverto in me un clima emotivo diverso; forse per la prima volta riesco a lasciarmi andare a diramazioni, sensazioni, e penso fra me e me: “ma guarda, è la prima volta che possiamo sognare”. Evidentemente si delineano, nella frase che sorge nella mia mente, aspetti differenti: il campo del desiderio, delle eventuali differenze dal già visto, la possibilità di trasformazioni che si attivano in un oggetto reso funzionale e così via. Per inciso, i sogni sono rarissimi, soffrendo lei di insonnia e potendo dormire solo con psicofarmaci che la lasciano priva di un’altra scena, oppure si organizzano intorno alla ri-presentazione traumatica di un oggetto lontano, irraggiungibile. Mentre io taccio, pensando alla comparsa di una scena non maltrattante e che anzi, nella sua comparsa, permette, forse per la prima volta, una coincidenza affettiva, nel senso di permettere ad entrambi di vivere uno stato d’animo non scisso, né giocato sulla denuncia di ciò che non c’è stato, lei mi dice che forse lei mi sta annoiando, che forse non ha valore quello che dice. Le chiedo come mai abbia pensato a questa eventualità. Risponde che, se parla di X (l’oggetto nostalgico-manchevole), io parlo, mentre ora sto zitto, segno evidente che a me interessa più X. Le propongo invece di pensare ad un’altra eventualità: che nel momento in cui lei si è sentita in sintonia con qualcuno, una parte di sé si è dovuta assentare, come per segnalare il pericolo di una vicinanza e che questa assenza si è proposta come mia assenza, rifiuto, allontanamento dai suoi vissuti. Le faccio notare che questa assenza di una parte di sé, l’aveva del resto lei stessa registrata quando aveva posto un dubbio sulle relazioni col figlio piccolo, che adora, ma che nella relazione con lui avverte ad un certo punto che lei si distanzia o che comunque non c’è più, perché pensa incessantemente ad X. La seduta finisce poco dopo in un clima di silenzio pensoso da parte di entrambi. Nel tempo successivo, dei miei après-coup, il pensiero di “possiamo finalmente cominciare a sognare”, indica anche lo stato emotivo dell’analista che vive finalmente la possibilità del “sogno”, di una zona felice all’interno della relazione, la scoperta emozionante di un evento che sembrerebbe interrompere, almeno per un attimo, il ciclo della ripetizione. Ciò a cui tuttavia assistiamo, in questa dinamica, è la contemporanea e incessante oscillazione fra una spinta oggettualizzante (attraverso la ricerca angosciosa di un oggetto che colmi il vuoto e tenti, nel caso della presenza parlante dell’analista, di impedire il caos della propria mente) e una contemporanea e immediata spinta disoggettualizzante (attraverso l’assentarsi psichico, la cancellazione svalutante dell’oggetto, l’ipotesi della scomparsa immediata dell’analista allorché si sperimenta una condizione di essere insieme e di felicità). Ogni spinta si realizza come un’incessante necessità e ripresa del movimento correlativo che permette di riequilibrare in tal modo l’operazione appena compiuta di avvicinamento o di distacco. Ritengo allo stesso tempo che questa mia interpretazione, seppure a mio giudizio corretta, lasci sullo sfondo un’altra e altrettanto importante questione: l’utilizzo dell’assenza dell’analista per creare una distanza dagli oggetti primari: dall’oggetto paterno fusionale, dalla madre depressa. Ma la complessità di questo movimento (l’assenza dell’altro come un supplemento di funzionamento delimitativo malfunzionante) avrebbe messo, secondo me, in disparte l’aspetto emergente, e cioè il suo ritrarsi immediato dalla rappresentazione di un oggetto non persecutorio. O, almeno, avremmo potuto esplorare anche questo filo della scena qualora essa fosse stata accolta, mentre a me è sembrato, in quel momento, che imperasse di nuovo una scissione dei propri vissuti, rendendo probabilmente inutile un tentativo di congiunzione più complesso.
Al medesimo tempo, scorgiamo un aspetto però nuovo che deriva dall’intreccio fra le due funzioni. Da una parte, si potrebbe dire, il gioco sembra a somma zero, non si perde e non si guadagna e ogni iscrizione appare soggetta ad un rapido destino di cancellazione: in questo senso la ripetizione di una modalità, di un funzionamento, di un comportamento, necessita dell’oblio o del diniego dell’esperienza appena fatta. Le tracce mnestiche non sembrano lasciare nulla dietro di loro e si ricomincia. Se alcuni pazienti sembrano sommersi dalla memoria, altri ne sono invece totalmente sprovvisti, oppure segnalano, nel loro funzionamento, una continua e frenetica cancellazione delle tracce. Potremmo dire, in un certo senso, che oscilliamo fra il “Padre, io non posso dimenticare nulla” di Joseph Roth, ne La Marcia di Radetzky, al “Osservo ora come ero così poco formato all’esercizio della memoria” in Austerlitz di Sebald. Da un altro vertice, tuttavia, nella coppia sembra realizzarsi una modalità di rappresentazione dell’oggetto (relativa alle manovre di avvicinamento e distacco), che definiscono la stessa modalità come una funzione-limite, cioè la soluzione che quel tipo di soggetto ha potuto istituire per sopperire ad una terzietà incerta, per organizzare trattative di raccordo con l’oggetto e di distacco da esso, permettendosi un qualche nutrimento senza correre il rischio di venirne sopraffatto. Questo mostra conseguentemente che in tali tipi di funzionamento il piacere non è in primo piano. Lo attesta ovviamente già il passato anoressico di Anna e lo scambio di battute che abbiamo potuto fare in una seduta: “Andando al ristorante ho scelto ovviamente il piatto che aveva meno calorie”. “Cioè, le dico, non può scegliere mai in base a ciò che le potrebbe piacere?”, scambio che ritornerà più volte nel corso delle sedute, utilizzato dalla paziente a quel punto come un asse di riferimento interpretativo rispetto ai propri comportamenti, permettendo di cogliere il valore di immagine idealizzata a cui dover corrispondere attraverso il suo corpo anoressico, l’operazione di respingimento nel momento in cui si appresta ad inghiottire qualcosa, la trasformazione dell’economia libidica in un’economia puramente metabolica e deaffettivizzata, fatta di guadagni e di perdite. Inoltre, appare la costruzione di uno scenario in cui si smarrisce ciò che si sta svolgendo in quel momento fra i due partner, per passare al controllo di ciò che sta accadendo in una scala metrica di riferimento sottrattivo. Il controllo corporeo permette la costruzione di una scena di trionfo e di impossessamento della relazione; allo stesso tempo, attraverso la sottrazione calorica, la mummifica in una dimensione mortifera. Così, ipotizzo che in questo tipo di situazioni la mia osservazione sul piacere appare -per la prima volta, di fatto-, come una proposta a cui riferirsi come guida per le proprie scelte. Il che mostra due processi correlativi: che nel funzionamento del principio basilare dello psichismo, il principio di piacere/dispiacere, occorre che venga offerto da qualcuno un “parametro del piacere possibile” per poterlo poi introiettare come modalità di simbolizzazione efficace. Non tanto indicando ciò che è piacevole o meno, il che produrrebbe solo un’incorporazione difensiva o mimetica, quanto il mostrare la funzione del giudizio escludente nello stabilirsi di quel principio. Dall’altra, però, che l’offerta di piacere può essere colta al volo come una proposta a cui sottomettersi nella ricerca di identificazioni all’ideale altrui, dunque in una nuova forma di alienazione seppure in un quadro dai tratti più evolutivi. Potremmo ovviamente domandarci se non bisogna passare, nella cura, necessariamente per “alienazioni” successive sino a poter accumulare una massa sufficiente da poter essere a quel punto osservabile anche dalla paziente: una massa critica che a quel punto può permettere un movimento retroattivo. Questo ci permetterebbe, parimenti, di provare ad interpretare alcune modalità di legame psichico di tipo masochistico o erotizzato come il risultato di una risposta ad offerte, allusioni enigmatiche, proposte fatte dall’ambiente che ha favorito una direzione piuttosto che un’altra e che attesterebbero la paradossale storicità iscritta perfino in questi funzionamenti così primitivi. Al medesimo tempo, mi pare che si situi qui un interessante problema clinico-concettuale relativo alle figure della ripetizione. Se infatti, da una parte, la complessa e variegata scena di incontri con oggetti delusivi si arricchisce ogni volta di nuovi personaggi, nuove ferite, nuove conferme, nuove storie da vivere nella loro traumaticità per poi farle passare nel testo narrativo, a mo’ di nutrimento creativo ma anche di sottrazione del loro senso vitale, (la paziente è una scrittrice di racconti fantasy), la dimensione anoressica sembra proporre un altro tipo di ripetizione, che appare invece non come produttiva di nuovi scenari, ma come una ripetizione riduttiva, estintiva, tesa alla cancellazione del proprio corpo, del piacere, in un privilegio del piano intellettuale, decorporeizzato, depulsionalizzato. Qui si scorge bene come il corpo possa farsi-nella sua cancellazione/mortificazione-, portatore di spinte verso lo zero psichico. Abbiamo così da una parte la letteratura come tentativo di delimitazione e tracciamento di un luogo per vivere, spazio in cui la propria parola prende, o sembra prendere, il sopravvento sulla parola altrui e riscrivere la storia, ma allo stesso tempo denuncia, in una sorta di coming out continuo e irrefrenabile consegnato al testo, della propria condizione psichica grazie alla quale lei istituisce una sorta di comunità di pazienti-lettori. Dall’altra, abbiamo un corpo memoria del niente, della cancellazione di ogni traccia, dell’estirpazione del desiderio.
Appare qui una dimensione essenziale, come ha osservato Green ne “Il tempo in frantumi”. Prima dell’articolazione del principio di piacere/principio di dispiacere, anzi per permettere a questa articolazione di instaurarsi, è necessaria, come sappiamo da Freud, la realizzazione di un’altra funzione, una funzione di legame. Green cita ovviamente il Freud di Al di là del principio di piacere: “Il legamento è un atto preparatorio che introduce e assicura il dominio del principio di piacere”[2]. E ancora:
Sotto quale segno avviene il legamento? Sotto il segno del pericolo del non-senso ed eventualmente di caos disorganizzato: senza che si acquisisca altro, attraverso il legame originario, che un fascio di senso costantemente minacciato perché nulla gli permette, a questo stadio, di svilupparsi e consolidarsi. Gli manca ancora la guida del principio di piacere che interverrà a svolgere il ruolo di orientatore. Si comprende la necessità di distinguere tra il piacere, instaurato, riconosciuto, apprezzato, e l’orientamento verso il piacere che non è ancora raggiunto.
Green riflette sull’imbarazzo di Freud su tale questione che sembra mettere in secondo piano il primato dell’articolazione principio di piacere/dispiacere per l’intera vita psichica. È, Freud, come preso fra due fuochi: da una parte il riconoscimento di un legame originario, ciò che di fatto correla ripetizione e processi di legamento, dall’altra cerca di riportare il problema del legamento al senso e al passaggio fra processi primari e secondari. Gli manca, osserva Green, una risposta al dilemma che potrebbe trovare soluzione non cercando sempre nel soggetto isolato la via d’uscita, ma riconoscendo, ad esempio, che il principio di piacere “troverebbe la sua ragione di esistere, al di fuori del bambino, nell’oggetto. Cioè, fare intervenire il piacere dell’oggetto”.
Proviamo a ricapitolare la questione fin qui delineata. Abbiamo la necessità di considerare due condizioni antagoniste: un legamento o uno slegamento originario che non si articola alla coppia piacere/dispiacere, ma alla dialettica oggettualizzazione/disoggettualizzazione, organizzazione/disorganizzazione. Il che ci permette di comprendere come fenomeni di ripetizione anche dolorosa si istituiscano proprio perché il principio di piacere come polo orientativo del soggetto non si pone come guida all’interno della necessità primaria di legare o, meglio, questa necessità si realizza a scapito del piacere, grazie anche al dolore o alla contrattualizzazione che permette, attraverso ad esempio il masochismo, di legare per l’appunto una situazione invasiva ed incontrollabile. In secondo luogo, l’osservazione sulla primarietà delle funzioni di legame introduce la necessità di comprendere come una vasta rete di fenomeni ripetitivi svolgano o tentino di svolgere prima di tutto questa funzione, legare, come si può e nonostante tutto, anzi anche grazie al “nonostante tutto”, ciò che potrebbe disorganizzare la psiche. La parola dell’analista può essere invasiva, altra, eppure essa permette, come nel caso della paziente, di sentirsi organizzata; l’alternanza oggettualizzazione/disoggettualizzazione attraverso il trionfo sull’oggetto o il sentimento della sua necessità, lascia scorgere al medesimo tempo l’infiltrazione del principio di piacere/dispiacere, ma per l’appunto di infiltrazione si tratta, cioè di una dimensione secondaria, che sopraggiunge al bisogno fondamentale. In terzo luogo, la questione che il principio di piacere è, essenzialmente, il piacere dell’oggetto offerto o che si offre, nel piacere dello scambio al soggetto e di cui egli può rendersi partecipe, introduce la questione degli oggetti psichicizzanti o meno, degli oggetti che offrono la vita, il desiderio, l’eros al nuovo venuto o invece il rifiuto di tutto questo. Mi pare così che una fantasia frequente della paziente, quella di realizzare l’improvvisa catastrofe, cioè di lasciar cadere il bambino dalle scale, conduca lungo varie direzioni: il respingimento dell’oggetto, a conferma di essere una cattiva madre, cioè l’identificazione al destino di donna malata in cui ella pure si iscrive per istituire un polo identitario consolidato e conosciuto, mantenendo la prossimità con le rappresentazioni parentali; dall’altra, un’allusione possibile al sentimento angoscioso di essere lasciata cadere dall’oggetto (vedi l’idea dei miei allontanamenti quando raggiunge uno stato di piacere), la rassicurazione che il piacere possa essere in tal modo interrotto dal distacco improvviso, ed infine la registrazione di una struttura psichica inquadrante (Green) defettuale, di braccia che non tengono, di contenimenti che non funzionano e che non reggono il peso della vita. Madre non sufficientemente buona, o madre depressa dal respingimento e dall’abbandono di un padre che sceglieva amanti forse più colte, più intelligenti? In questo senso il polo culturale che la paziente condivide col padre e il clima intellettuale che si tenta a tutti i costi di mantenere in seduta, impedendo l’irruzione di una leggerezza, di un sogno, di una fantasia, di uno smarrimento, insomma dello spazio del gioco, istituisce un polo incestuale, in cui la madre diventa l’oggetto squalificato e l’affidarsi ad essa, e con essa la dimensione di regressione alla dipendenza, impossibile. Ed allora, perché non intravvedere, dietro la lamentela e la nostalgia verso l’oggetto abbandonico, la nostalgia di una relazione primaria che mescola, per l’appunto, il desiderio (della figlia per la madre e della madre per la figlia) che non arriva però a diventare desiderio di presentare la figlia al padre, ma piuttosto accettazione di una consegna definitiva, di una esclusione radicale? Allo stesso tempo, questa nostalgia non sembra lasciarsi infiltrare dal disprezzo per le madri che non funzionano, che ti tradiscono, che scelgono di non poter restare o di non riuscire a restare, accanto a te?
Possiamo a questo punto ritornare al problema della ripetizione, prendendo in esame la proposta di Green relativa ai processi “demoniaci di ripetizione”:
Propongo di considerare la coazione a ripetere come uno stato instaurato dopo le due fasi del legame originario e il fallimento del principio di piacere. Questo nasce dall’impossibilità di elaborare una soluzione accettabile, compatibile, tra il funzionamento pulsionale – erotico e distruttivo – e il legame con l’oggetto... spiegazione che potrebbe dipendere dalla relazione dell’abbinamento pulsione-oggetto[3].
Continua Green: “l’oggetto è palesemente assente nella coazione a ripetere, ma tutte le manifestazioni di quest’ultima lo spingono a rivelarsi, lo invocano a gran voce: ferita causata da un compito non assolto o mal intrapreso...rimprovero rivolto allo sconosciuto la cui funzione avrebbe dovuto essere di aiuto e che sembra invece mettere i suoi mezzi al servizio del naufragio, anzi lo provoca”[4].
Mi sembra, da queste osservazioni, che possiamo considerare almeno tre caratteristiche dei fenomeni di ripetizione che riassumerei in questo modo: la prima caratteristica della ripetizione segnala il suo realizzarsi come ciò che si iscrive fra il tempo e il processo del legamento originario degli elementi psichici (intra ed interpsichici), e il fallimento dell’iscrizione del principio di piacere, come principio offerto innanzitutto dall’oggetto. Il venir meno di questo principio-guida che orienta la processualità psichica, induce un funzionamento che tenta essenzialmente di legare la materia psichica in maniera indipendentemente da esso e che abbisogna di un ulteriore apporto per diventare operante. Allo stesso tempo, se la priorità è data alle funzioni di legame e di slegame, occorre segnalare che esse non si articolano solo alla coppia pulsione di vita/pulsione di morte, ma che la vita psichica abbisogna di entrambe. Ad esempio, della funzione di slegame per poter ritessere diversamente le connessioni fin lì stabilite; per fare lo spazio necessario alla creazione del nuovo. La dimensione prioritaria del legame, inversamente, implica una spinta a congiungere, spostare, mettere in movimento, rappresentare, per ristabilire una continuità psichica, per appropriarsi di ciò che ad essa si mostra, le si presenta. Messa in questi termini, la ripetizione dello scenario clinico precedentemente evocato induce a pensare che il movimento di oggettualizzazione /disoggettualizzazione, cioè la continua nostalgia dell’oggetto e la sua espulsione come oggetto svalutato, si articoli intorno ad una processualità che 1) ad un livello più elementare definisce una spinta vitale verso l’oggetto e il tentativo correlativo di sbarazzarsi della vita; 2) ad un altro livello mostra, o sembrerebbe mostrare, la passione folle per l’oggetto, la smania, la sete di esso, sete mai spegnibile se non nel tentativo di renderlo inutile e privo di senso, di deriderlo per poterne fare a meno, dell’anoressia come soluzione radicale di estinzione del desiderio; 3) ad un altro ancora il fallimento dei processi di lutto per l’oggetto perduto e la difficoltà di sostituzione. Qui si intravvede, almeno nella sua potenzialità futura, una soluzione malinconica articolata alla possibilità di incorporare in eterno l’oggetto attraverso le critiche che gli vengono svolte. Potremmo anche ipotizzare, ovviamente, che il maltrattamento del corpo, costringerlo alla fame, sia un tentativo radicale di mettere a morte l’oggetto colonizzante nel suo lutto impossibile. Come si vede, vorrei proporre che lo stesso movimento di ripetizione procede lungo almeno tre direttrici psichiche tutte articolate ad una doppia operazione, integrativa /espulsiva: (un livello di base: vita/morte, vita/morte del soggetto come dell’oggetto); un livello pulsionale, di investimento erotico, passionale (follia attrattiva dell’oggetto: le sue qualità, a cui indirizzarsi/follia dell’oggetto: il suo fallimento, da cui fuggire); un livello infine che pensa la perdita e le sue possibili soluzioni (articolato intorno alla duplice possibilità del lutto e della melanconia, cioè della separazione o dell’incistamento). Lo stesso discorso, la stessa ripetizione, intesa in tali termini, assume una sua complessità inaspettata, si distacca dal solo universo della pura identità, ma soprattutto diluisce le differenze fra un universo carico di senso e di un universo ad esso sottratto, permettendoci di intervenire negli spazi che si aprono-grazie al percorso di cura- fra i suoi livelli organizzativi, di fatto scomponendo l’identico. Generando, tramite i livelli presi in esame, delle dissimmetrie, dei vertici osservativi, lo spazio di un conflitto all’interno di una logica che invece tenderebbe ad escluderlo. Questo ovviamente non cancella affatto le differenze fra una realtà psichica che si muove nella ricerca dell’oggetto e del piacere ed una che cerca di riparare il mancato raggiungimento, anche al di là del principio di piacere. Però, se proviamo ad ipotizzare questa triplice organizzazione di livelli presenti nel ciclo della ripetizione, mi appare evidente che il nostro operare si complica ma, fortunatamente, si apre a molteplici orizzonti di senso. Ad esempio: come intendere il discorso della paziente? A quale livello ci situiamo? Il discorso, come ho tentato di descrivere, appare, secondo un vertice osservativo, come puramente ripetitivo, ma forse dovremmo ogni volta assumere che la forma apparentemente identica, in quel segmento della seduta, ad esempio, è piegato ora in una direttrice, ora in un’altra. Così ci troviamo dinanzi al funzionamento primario vita/morte, in quello della passione folle da cui essa cerca di liberarsi denunciando la follia dell’oggetto, od infine in una oscillazione indecidibile fra incorporazione ed escorporazione, fra processo luttuoso e processo melanconico? Da cosa dipende che ci situiamo ad un livello piuttosto che ad un altro e come infine tenere insieme tutte queste possibilità? Dobbiamo assumere l’ipotesi che questa tripartizione organizzativa indichi la potenzialità della struttura di volta in volta piegata ora in una direzione, ora in un’altra?
Avremo allora in alcuni momenti una piegatura verso la coppia vita/morte quando l’angoscia si fa più intensa; verso la passione che tende all’oggetto e che se ne difende quando i livelli di funzionamento psichico sembrano quel giorno più assicurati e più garantiti, tali da permettere di riconoscere la sete oggettuale, di qualunque natura essa sia, indipendentemente dal piacere momentaneo che apporta, ma che apre la possibilità di fare riferimento al principio di piacere offerto dall’analista (come nell’esempio della scelta “piatto non calorico/piatto piacevole”). Ed infine, in altri momenti, il combattimento per la propria soggettività, oscillante fra occupazione e liberazione da un oggetto colonizzante o dalle caratteristiche colonizzanti. Così, i cicli di nostalgia/attacco, che appaiono chiaramente articolati alla coppia oggettualizzazione/ disoggettualizzazione, in una seduta sono stati pensati da parte mia come un tentativo di istituire una funzione separativa dal padre che forse si celava dietro queste figure maschili da cui lei non può distaccarsi e che distrugge in un movimento di Sisifo. La paziente risponderà che in realtà si è sempre sentita come Atena, generata cioè dalla testa del padre. Sarà a quel punto che le propongo che la critica feroce che fa al compagno appare allora come il tentativo di far crescere il figlio senza il padre in modo da realizzare, per il suo tramite, una distanza dal (proprio) padre, ritrovando, così facendo, l’unità originaria madre-figlia in cui si vive solo per riparare la melanconia dell’altro. Come si vede, ad un successivo livello di organizzazione psichica, o di trascrizione, la critica verso l’oggetto assume un significato diverso; non solo quello disoggettualizzante, ma eventualmente quello separativo o invece di assunzione melanconica e di nuovo incistamento. Possiamo scorgere allora in un momento della seduta la dimensione di lavoro edipico o delle sue problematiche che però, nel ciclo delle ripetizioni precedentemente esplorato, è continuamente attratto regressivamente dalla coppia oggettualizzazione/ disoggettualizzazione, che diventa anche una modalità radicale di trattamento dell’edipico, impedendoci di scorgerlo in alcuni momenti, o che è del tutto impensabile assumere in altri. Mi pare così che l’oscillazione sia espressione di un trattamento dell’esperienza secondo almeno tre codici diversi, copresenti e tuttavia sostanzialmente sottoposti alla modalità più primitiva che finisce per occupare tutta la scena. Come risulta evidente, questi tre livelli mostrano gradi di organizzazione diversa.
La seconda caratteristica della ripetizione allude allora ad una sua solo apparente linearità[5], e può essere pensata dall’oggetto-analista come un prisma capace di segnalare dei livelli potenziali: differentemente da ciò che pensavamo, l’identico produce dello stesso, cioè delle variazioni, già in sé, perché il ciclo della ripetizione incontra comunque l’oggetto in quella parte vitale tesa verso di esso. Mentre finora, nello spazio della teoria, penso ad esempio alla celebre distinzione di Deleuze o di De m’Uzan sulla differenza fra ripetizione dell’identico e dello stesso, cioè fra una ripetizione che nel tempo produce o riproduce fenomeni senza la traccia di alcuna modifica ed una ripetizione che sembra invece, seppure lentamente, fare esperienza del tempo, io proporrei qui di riaprire i termini della discussione riconoscendo lo stesso come una dimensione che appare già nell’identico, la traduzione già nella trasmissione o nella ripetizione.
Sicuramente, come ho proposto, il funzionamento in identico potrà essere utilizzato, pur nella sua assoluta ripetizione, come piegato verso la scelta radicale e drammatica della vita o della morte; della passione o del suo diniego, della separazione o dell’incorporazione. La questione allora diventa, per noi tutti, di pensare a come accedere a questi diversi livelli, di capire in che modo l’analista può sintonizzarsi su di uno o un altro di essi, ponendo attenzione alla loro differenza grazie al “ritaglio” che ha operato di fenomeni apparentemente unici. Forse, qui si situa tutto il problema indiziario, in seduta, della prosodica, del tono, della voce e delle sue inflessioni, della postura e delle sue espressioni silenti, ma anche, perché no, della scelta di un significante al posto di un altro, o di un significante che assume un altro valore e indica un segnaposto magari nel passaggio da una lingua all’altra, nei fenomeni di bilinguismo, di scelta di un termine straniero per indicare un fenomeno già descritto in altro modo; oppure la risonanza differente che una frase avrà in quella seduta. Ma tutto ciò abbisogna di una flessibilità nel funzionamento mentale dell’analista capace di restare attento a questa germinazione silente del nuovo, capace di spostarsi da un tipo di funzionamento ad un altro, dal riconoscimento della messa a morte dell’oggetto ad un suo necessario distanziamento per poter esistere, dalla fusione incestuale al bisogno di tenerezza e così via. Il che significa che la germinazione dello stesso nella processualità in identico, cioè di una differenza, corre il rischio di essere nuovamente riassorbita per due fondamentali ragioni: la forza regressiva-estintiva del processo di azzeramento psichico da una parte; dall’altra, la mancata ricezione da parte dell’analista di questa produzione. La dinamica fra forza regrediente e ascolto trasformativo ci impone ovviamente di riconoscere che questo ciclo di oscillazioni è potenzialmente infinito e mette a dura prova la capacità di sopravvivenza del dispositivo analitico. Qui, la necessità di mantenere vivo il desiderio dell’analista di continuare ad analizzare si scontra davvero con forze formidabili.
La terza caratteristica che vorrei evidenziare è la questione della ripetizione come riproduzione dell’atto di salvataggio narcisistico che il soggetto esprime attraverso la reiterata domanda ad un oggetto inaffidabile e che colloca la ripetizione in una lotta feroce contro il tempo, nel tentativo di instaurare un processo in cui l’unico oggetto è, al fondo, l’oggetto melanconico caratterizzato dalla sua insostituibilità e dall’odio verso di esso. Tutta la questione, come ho tentato di mostrare, è se dobbiamo davvero convincerci dell’unicità di questo oggetto o invece della sua natura diversificata, seppure seppellita in esso. La proposta di un livello tripartito della struttura ripetitiva poneva già una stratificazione: lo scenario del pittogramma (inghiottire/espellere), del fantasma (articolato alla passione) e del processo di secondarizzazione (che qui articolerei intorno al processo di lutto come espressione di una separazione dalla primarietà dell’oggetto). Green osserva, sempre ne “Il tempo in frantumi”, che l’apertura del processo della ripetizione può avere luogo (e in tal modo aprire al passaggio dall’oggetto traumatico al gioco simbolizzante del rocchetto), allorché essa ha raggiunto una certa densità semantica e una potenzialità di “decondensazione”. Il che significa che assume nel processo analitico un grado di complessità sempre maggiore, mostrandone di volta in volta l’articolazione ad altri livelli di funzionamento, il rimando a reti simboliche passibili di entrare in connessione e che è questa complessizzazione che permette di intraprendere il lavoro sulla coazione a ripetere. Appare allora plausibile accogliere l’ipotesi che la funzione di legame paradossalmente instaurata dalla ripetizione si riveli essere un grumo di legami, di trascrizioni, di catene di significazione, di livelli psichici differenti[6]. Per sciogliere la ripetizione dobbiamo allora attrezzarci alla ricerca delle molteplici dimensioni contenute in essa, operare a favore di una discontinuità resistendo alla fascinazione dell’unico, assumendo che l’identità del fenomeno ripetitivo in realtà contenga in sé una pluralità di trattamenti concomitanti del rapporto con l’oggetto. I livelli che ho tentato di definire, quello di vita/morte (del soggetto come dell’oggetto), di follia (verso l’oggetto o da esso proveniente), e di perdita/incistamento (nel fenomeno luttuoso o nel suo incistamento mortifero), sembrano indicare trascrizioni psichiche a differenti livelli di complessità e pongono in evidenza funzionamenti e assetti tendenzialmente slegati fra di loro. Quello narcisistico, di vita e di morte, quello pulsionale, nel suo eccesso o nel suo diniego, espresso dall’asse oggettualizzante/disoggettualizzante, ed infine quello relativo al funzionamento superegoico che impone una processualità di iscrizione psichica, nel riconoscimento del lutto necessario o, nel caso del suo fallimento, della negazione del processo di separazione e nel mantenimento di una fissità della traccia assente. Il che implicherà ovviamente la necessità di comprendere la prevalenza dell’uno o dell’altro in seduta, tentando di situare la risposta dell’analista al livello correlativo, individuando la posta in gioco del momento: quella autoconservativa, quella relativa ai movimenti conflittuali e oppositivi del desiderio e quelli relativi alla dinamica mobilità/immobilità. Mi pare evidente sottolineare l’importanza di non confondere questi livelli e di non trattare ad esempio lo spazio della dinamica vita /morte secondo la logica del desiderio, con cui, in quel momento, si è istituita una differenza radicale[7]. Cogliere l’emergenza dei differenti livelli trascrittivi in seduta è certamente arduo, ma in questa sottigliezza, nella capacità di riconoscere le differenze che ho cercato di delineare nel quadro apparentemente omogeneo della ripetizione, si gioca la possibilità di disagglutinare il funzionamento in identità di percezione e di aprire al nuovo. Da questo punto di vista, la ripetizione si mostra molto meno ordinata del previsto: una ripetizione scomposta, per l’appunto, già nel suo stesso manifestarsi. Spetta a noi ritrovare il suo disordine costituivo, la storicità in un funzionamento senza storia, la complessità nella linearità, dicendo no alla credenza in un ordine formale che essa intende presentare e a cui chiede di sottoscrivere cecamente.
[1] M. Balsamo, “Il resto notturno. Elementi per una teoria psicoanalitica della rappresentazione”, in Frontiere della psicoanalisi, 1-2/2023, in press.
[2] Freud, Al di là del principio di piacere, OSF 9, pag. 247
[3] Green, cit., pag.120
[4] Ibidem
[5] E ciò pur nell’assunzione di una perturbazione fondamentale che altera di fatto lo sviluppo soggettivo e la messa in opera delle differenze strutturanti fra sé ed oggetto, fra erotismo e distruttività.
[6] Il che riapre la possibilità medesima di una traduzione, e dunque di una trasformazione, come ricordava Freud, quando nella lettera 52 a Fliess osservava che le traduzioni si danno nello spazio fra due iscrizioni. Anche laddove sembrava regnare l’identità assoluta, si renderebbe forse possibile, grazie alla pluralità delle stesse, alla loro storicità, la scomposizione della ripetizione.
[7] In tal caso, l’eventuale movimento seduttivo dell’analista, che cerca di rimettere in movimento lo spazio della passione, sarebbe avvertito invece come una intrusione omicida; parimenti, e correlativamente, situarsi unicamente al livello della coppia vita/morte impedirebbe di cogliere le fluttuazioni sopite del sessuale e il loro tentativo di reiscrizione dei movimenti narcisistici. Infine, evidentemente, l’impossibile lutto non si correla alla dinamica del desiderio, quanto a ciò che definivo l’assassinio del tempo e che sembra articolabile da una parte alla dimensione narcisistica, dall’altra a forme rudimentali di contrattualizzazione masochistica, al mantenimento in vita di un oggetto torturato per l’eternità, alla superiorità di ciò che non c’è stato su ciò che può essere. Da un certo punto di vista, questo terzo livello (fissità/mobilità) sembra essere l’operatore che modula il funzionamento degli altri due ed è forse su di esso che in qualche modo si può intervenire. Tenendo conto, al medesimo tempo, che questo intervento verrà letto -tendenzialmente- secondo l’asse vita/morte o quello seduttivo /espulsivo.