Uno degli aspetti più rilevanti e originali del pensiero di Franco Fornari è rappresentato non tanto e non solo dalla sua teoria dei Codici Affettivi di base (o primari) quanto e ancor più dall’affermazione, da Fornari applicata sistematicamente “sul campo”, che l’ubiquità e universalità del fenomeno transferale non va solo colta e analizzata nel rapporto pz./ psicoanalista, ma all’interno della stessa vita sociale e istituzionale. Il transfert, nella accezione ampia che ne dà Fornari, entra potentemente nell’area della vita gruppale e collettiva della comunità umana, condizionandone e organizzandone in modo decisivo le manifestazioni e le dinamiche. Fornari sostiene, più specificamente, che non solo le “imago” delle figure genitoriali vengono proiettate dentro le relazioni interpersonali, ma che gli stessi Codici Affettivi di base, in quanto strutture di organizzazione delle dinamiche affettive e conflittuali e dei processi di simbolizzazione che animano la vita sociale, religiosa, politica della nostra specie e rappresentano la trama nascosta della sua così complessa e drammatica storia.
Così, per limitarci ad una sua classica e nota esemplificazione teorica, Fornari aveva intravisto, nelle vicende drammatiche della storia del Novecento, all’interno dell’epico scontro frontale tra marxismo-socialismo e liberalismo-capitalismo, il confronto epocale e metastorico tra il Codice Affettivo Materno (accuditivo, accogliente, egualitario, infantilizzante) e il Codice Paterno (prestazionale, selettivo, meritocratico, scientifico-razionale). Il primo trovava voce politica nel socialismo marxista, che affermava i diritti dei “ figli-bambini “, cioè del “ proletariato “ e l’obiettivo politico di una società di uguali in cui tutti sedessero alla stessa mensa con gli stessi diritti; il secondo trovava espressione politica nel liberalismo capitalista, che affermava i superiori diritti dei “ padri “, cioè della borghesia imprenditoriale e l’obiettivo di una società divisa in classi in cui diritti e doveri erano normati secondo censo e meriti. Un esempio di applicazione della teoria di Fornari lo si può trovare nel suo libro Il Minotauro, in cui attraverso i verbali delle riunioni dei Consigli di classe di un liceo milanese è possibile intercettare negli interventi dei vari componenti del Consiglio, al di là dei consapevoli conflitti pedagogici e culturali, l’emergere di conflitti inconsci tra Codici Affettivi, ed in particolare tra un Codice Materno centrato sui bisogni dell’allievo-bambino, da proteggere e gratificare, e un Codice Paterno, centrato sull’obbiettivo dell’assunzione da parte dell’allievo di una prospettiva adultizzante. Tra l’altro, F. Fornari ha sempre sottolineato la specificità della “cultura affettiva” italiana, in cui ha riscontrato, sia a livello familiare che a livello sociale, un marcato e vistoso predominio del Codice Materno.
La famiglia italiana è stata efficacemente definita dalla sociologia “matri-focale” essendo caratterizzata dal predominio, certamente non nei termini di rapporti di potere “politico” ufficiale ed esplicito quanto piuttosto nei termini di un predominio affettivo e simbolico che si pone al centro focale della famiglia come luogo di emanazione del flusso affettivo e accuditivo, ma anche come centro degli scambi, visibili e rituali, ma soprattutto sotterranei e di regolazione della comunicazione e dei conflitti. Nella famiglia italiana, specie meridionale, la madre non è una figura matriarcale apertamente antagonistica al potere patriarcale, ma è ad esso complementare, soprattutto laddove il privilegio del “maschile” viene riconosciuto e persino talora vezzeggiato, ma anche governato. Peraltro potenti e antichi fattori storici e storico-culturali influenzano la millenaria matrice antropologico-religiosa mediterranea, nella quale sono significativamente presenti divinità di forte connotazione materna, che trovano poi, in epoca cristiana, una originale incarnazione e declinazione nella figura semi-divina della Madonna, madre del Cristo Figlio di Dio. È interessante come una così marcata e significativa connotazione del cristianesimo italiano (e neo-latino in genere) sia assente nel cristianesimo protestante, dove all’accoppiamento Madre-Figlio che caratterizza la “famiglia divina” del cattolicesimo, si contrappone l’accoppiamento simbolico Dio Padre-Figlio, che connota, sul piano dei processi di simbolizzazione, il cristianesimo protestante marcandolo di una forte impronta maschile-patriarcale. È di comune e antica tradizione storico-critica (si pensi alla polemica tra il protestante Sismondi e il cattolico Manzoni) che fa risalire anche lì il fenomeno del tardivo affermarsi in Italia del processo di formazione dello Stato nazionale e un più incerto e debole “senso dello Stato”, che sembra caratterizzare il costume italiano, certamente più sensibile ai richiami di un Materno protettivo e accogliente, piuttosto che ai richiami di un Paterno rigoroso e regolativo.
Intendiamo a questo punto interrogarci su come la cultura politica e l’opinione pubblica italiane possano porsi, in termini di processi inconsci di simbolizzazione, di fronte ad alcuni fenomeni sociali sensibili come quello della immigrazione o come quello, di diversissima connotazione sociale, della gestione sociosanitaria e psicosociale della condizione senile, che rappresenta una % sempre più elevata della popolazione italiana complessiva. E riprendiamo il modello fornariano dei Codici Affettivi. Nella vita dell’uomo la condizione esistenziale del bambino non è solo una rappresentazione concettuale anagrafica, ma, sul piano dei processi di rappresentazione emozionale, metaforica e, soprattutto, di simbolizzazione inconscia e preconscia, assolve ad una funzione figurale ed iconica. Così, nel caso specifico del migrante, soprattutto proveniente dall’Africa e con mezzi così drammaticamente avventurosi, scatta per lo più e in molti un’intensa reazione di compassione e solidarietà umana, che assimila inconsapevolmente la figura del migrante a quella del Bambino, in quanto “bambino” indifeso, abbandonato e bisognoso. C’è di mezzo anche la rappresentazione del pericolo di morte e del bisogno di sopravvivenza, che sono idee intrinsecamente connesse con la rappresentazione collettiva del neonato e del bambino piccolo, come cucciolo inerme cui la specie assegna la fondamentale funzione di perpetuazione della specie. Una simile processazione simbolica, che rappresenta un vero e proprio automatismo affettivo-pulsionale, fa a sua volta scattare un ulteriore automatismo, che attiva emozione ed azione, che possiamo riferire, nel linguaggio della Teoria dei Codici di Fornari, al Codice Materno. Colpisce che, a fronte del fenomeno dei migranti, la sensibilità collettiva conosce e registra anche reazioni e automatismi di tipo diverso, più precisamente di tipo anche espulsivo e aggressivo, che, anziché riconoscere, disconosce il bisogno del “bambino” indifeso e in opposizione a tale bisogno erige muri di chiusura e rifiuto in nome di una rappresentazione affettiva e irrazionale a difesa di una Madre-Patria il cui suolo e le cui risorse reclamerebbero protezione aggressiva. E’ qui possibile riconoscere, alla base di un simile atteggiamento mentale, la presenza dello schema Amico/Nemico, che costituisce, a sua volta, uno degli schemi fondativi del pensiero arcaico, che sopravvive nelle sue varie forme anche nella mente dell’uomo contemporaneo. È poi interessante notare come la reazione di rifiuto nei confronti dei migranti, simbolizzati come minaccia per il suolo e le risorse della patria, rimandi a mio avviso chiaramente ad una rappresentazione e simbolizzazione inconscia in cui la mente affettiva è dominata dall’idea di una Madre-Patria il cui corpo (suolo) è violato da estranei sessualmente minacciosi e in cui il latte materno (le risorse della madre-patria) è avidamente reclamato da bambini-figli “illegittimi” e prevaricanti.
Ci si può chiedere se di fronte a tali processi di simbolizzazione, che influenzano potentemente anche gli orientamenti politici dei nostri connazionali italiani, sia possibile individuare un possibile spazio di riflessione e, dunque, orientamento anche psico-culturale, per l’altro grande protagonista fornariano, il Codice Paterno. In che modo, non solo simbolicamente ma anche come forza operativa sociale’
Laddove il Codice paterno è correlato a valori di selezione meritocratica, di analisi razionale del bisogno, principio di emancipazione e integrazione sociale, a me pare che esso possa, in teoria e potenzialmente, offrire una base simbolico-affettiva ad un atteggiamento verso i migranti che, in alternativa all’incondizionato e indiscriminato accoglimento di marca materna, e altresì in alternativa all’attivazione dello schema bellicoso amico / nemico, possa trovare “paternamente” espressione nei termini di un atteggiamento, benevolo ma non indiscriminato, di accoglienza laddove il migrante sia anche sottoposto al vaglio di criteri “ paterni “ di verifica del bisogno e di richiesta, necessitante però di verifiche e riscontri, di integrazione sociale. Non possiamo però ignorare che su questioni sociali di così grande momento non può non trovare spazio di simbolizzazione e socializzazione anche un altro grande Codice Affettivo, cui l’ultimo Fornari ha dedicato riflessione e rilevanza, psichica e psicosociale. Il Codice Fraterno, dialetticamente organizzato attorno alla coppia dialetticamente oppositiva “competizione/collaborazione”.
Un altro tema di grande attualità è rappresentato dal fenomeno della crescita della durata della vita umana e dal conseguente “problema”, sociale, economico, sanitario, familiare e psicologico, di una vecchiaia, che, in quanto sempre più protratta, comporta crescenti e difficili necessità di accudimento.
Sul piano dei processi di simbolizzazione antichi, sopravvissuti in Occidente sino alla seconda metà del Novecento, il vecchio, il senex, che gli eufemismi della post-modernità preferiscono definire “anziano”, godeva di una relativa autorevolezza di ruolo familiare e sociale. Ciò dipendeva da vari fattori, poi tutti entrati in crisi. La morte fino a qualche decennio fa colpiva i vecchi, generalmente, dopo rapide malattie, quando ancora era possibile per loro, fin quasi alla fine, mantenere un ruolo attivo e lavorativo. Le prevalentemente buone condizioni fisiche della vecchiaia di un tempo non richiedevano particolari cure di accudimento e quindi non depredavano risorse di tempo e denaro familiari. Ma era soprattutto il riconoscimento di autorevolezza, di esperienza della vita, anche se non sempre, ovviamente, di saggezza, e il riconoscimento di una funzione di salvaguardia della memoria storico-familiare e della tradizione a valorizzare il vecchio. Tutto ciò è stato spazzato via a partire dagli Anni Sessanta del XX sec. Una trasformazione così radicale, vera e propria mutazione antropologica, ha inciso profondamente anche sui piani profondi della mente collettiva, trasformando e trascrivendo nuovi processi di simbolizzazioni e nuovi codici. Così la figura del “vecchio” si è ritrascritta nei termini di una inconscia assimilazione al “bambino”, e in particolare al neonato inerme e bisognoso di cure materne. Credo nasca soprattutto lì la nuova cultura antropologica e, persino, medico-scientifica, che di fatto prescrive e pratica ottiche di semi-accanimento terapeutico, dirette a protrarre quasi sempre e comunque la durata della vita e la procrastinazione della morte.
Siamo di fronte ad una vera e propria nuova ideologia della vita e della morte. Laddove, anche nella pratica medica oltre che nel sentire comune, la valutazione clinica, il raffronto deontologico costi/benefici e il privilegiamento della componente “qualitativa” del vivere e del sopravvivere, facevano parte di una cultura della quotidianità comunemente condivisa, ecco, invece, affermarsi sempre più l’asserzione ideologica del valore assoluto della vita in sé, intesa come sopravvivenza del corpo, cioè come “nuda vita”. E non c’è forse al fondo di tale concezione una assimilazione simbolica di quel corpo vecchio, degradato e morente al corpicino vivo, ma incapace di sopravvivere senza che al suo sopravvivere concorrano genitori ed adulti, del neonato e del bambino piccolo? C’è persino una somiglianza di gestalt tra il corpo del vecchio e il corpicino grinzoso e incapace di moto del neonato. Di qui la mobilitazione del Codice Materno, che invade, come sottolineavo, la stessa cultura medico-scientifica, nella quale è pur presente anche un fondamentale richiamo ai valori del Codice Paterno e della razionalità scientifica. Ma, come ricorda F. Fornari, la cultura dei Codici Affettivi tende di per sé a generare forme di imperialismo politico-culturale a meno di essere temperata da valori e logiche provenienti da altre fonti e centrali simbolico-affettive. Anche a questo riguardo ci pare che la lezione di Fornari rimanga vitale e ineludibile, laddove il grande psicoanalista raccomandava i valori irrinunciabili della “democrazia degli affetti” e della “buona famiglia interna”, e cioè di quella dimensione interna, rappresentazionale e simbolica, presente in tutti i membri della famiglia sana, come cultura affettiva condivisa per quanto anche dialetticamente conflittuale. È la cultura affettiva che riconosce valore relativo a tutti gli Ideali dell’Io e a tutti i bisogni di cui sono portatori i componenti la famiglia umana, donne e uomini, madri e padri, bambini e fratelli. La “ buona famiglia interna “ di cui parla Fornari può trovare felice e funzionale proiezione transferale nei gruppi sociali, nelle istituzioni e nella vita pubblica, dove la dialettica delle classi sociali e delle “classi affettive” può trovare democratica armonizzazione. Così, ad esempio, in un Asilo Nido o in una Scuola Materna dovrà predominare il Codice Materno con i suoi valori di accudimento; nei livelli successivi della vita scolastica potrà cominciare a trovare espressione anche il Codice Paterno, che poi reclamerà i suoi diritti ai livelli più alti della scolarizzazione. Così la caserma dovrà obbedire agli ordini del Padre, e l’ospedale dovrà conciliare accudimento materno e regole paterne. E così via.
È un discorso utopistico? Credo di sì, ma credo anche che dobbiamo riproporcelo, anche nella nostra stessa pratica formativa e clinica.
Bibliografia
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