Pratica Psicoterapeutica

Il Mestiere dell'Analista
Rivista semestrale di clinica psicoanalitica e psicoterapia

WORK IN PROGRESS N. 34
1 - 2026 mese di Giugno
WORK IN PROGRESS
L'ALBERO GENEALOGICO DELLA PSICOTERAPIA
di Fabrizio Rizzi

Arrivato circa a tre quarti della lettura di Storia delle psicoterapie. Gli autori, le scuole. (a cura di Francesco Gazzillo e Nino Dazzi, Carocci Editore, 2025)  mi sono capitati, in successione, due inattesi eventi mentali: una fantasia assai bizzarra, spiegata però da un successivo flashback, una memoria visiva risalente a più di cinquant’anni fa.

Tutto è iniziato con un pensiero onnipotente: vorrei essere a capo del Miur per rendere obbligatorio questo libro in tutte le scuole di specializzazione in psicoterapia.  Raramente ho fantasie così ridicole ed autoritarie. Ma poi mi è apparsa l’immagine della copertina di uno dei testi del mio primo esame universitario: Storia della psicologia di Robert Thomson, per la materia di Psicologia generale 1 al corso di laurea in psicologia a Padova, anno accademico 1974/75. Pochi mesi prima avevo fatto la maturità classica portando storia come materia di libera scelta. Era la mia preferita e cominciare a studiare psicologia leggendo il Thomson fu la partenza migliore che potessi avere. Perché, come ci insegnava il nostro professore di latino, “Historia docet” e “Historia magistra vitae”: la storia insegna ed è maestra di vita, guida la nostra esperienza, dà un senso al presente e può orientarci verso il futuro. Non è un caso che i bambini piccoli desiderino conoscere la storia dei loro genitori e, se ci sono, anche quella dei nonni che sono spesso utili narratori ascoltatissimi dai nipotini. E chi studia in specifico una disciplina, credo qualsiasi disciplina, è dalla sua storia che dovrebbe partire per capirla e conoscerla davvero. 

Oggi non è così. Sono più di vent’anni che frequento giovani colleghi come docente o tutor, e ho capito quanto la prospettiva storica sia gravemente carente, se non del tutto assente, nelle nostre sedi didattiche (universitarie e post-universitarie). Quando, invece, sarebbe indispensabile soprattutto per i giovani psicologi o psichiatri che intendono formarsi alla pratica psicoterapeutica. Purtroppo, mi pare che alla maggioranza dei giovani studenti interessi poco. Ma anche molti colleghi da tempo formati e specializzati non la considerano importante. Se ci pensiamo, è paradossale che noi clinici – attenti a capire la biografia dei nostri pazienti e delle loro famiglie – siamo invece molto meno interessati a conoscere quella della nostra disciplina: in parole semplici, avere almeno un’idea dell’albero genealogico della psicoterapia. Intendo di tutta la psicoterapia, non solo quella del proprio indirizzo teorico (non raramente conosciuta approssimativamente anche quella).

 

Nella prefazione del libro, Alberto Siracusano ci ricorda la particolarità del mondo della psicoterapia che “è un mondo non omogeneo, plurale, caratterizzato da lineamenti diversi, alcuni statici, altri dinamici, che interagiscono in un continuo cambiamento” (p. 12). È su questa interazione tra approcci, non polemica ma dialettica e con una reciproca curiosità epistemica, che le psicoterapie possono davvero svilupparsi abbandonando logiche da settarismo ideologico. Le posizioni di apertura trovano comunque delle resistenze perché, come afferma Gazzillo (citato da Conci nella postfazione) “una piaga della nostra disciplina è che l’appartenenza è tuttora più importante della ricerca, del confronto aperto e sincero, e della costruzione di un comune patrimonio di conoscenze” (p. 442).

 

Leggere questo testo ci permette di osservare questo grande albero genealogico, una pianta che ha più di un secolo e continua a crescere. Se lo osserviamo bene ci accorgiamo del suo tronco iniziale ben saldato a terra da radici ultracentenarie ma con il fusto che crescendo ha ramificato in abbondante misura. Il tronco della psicoterapia è la base di partenza che possiamo riconoscere nella nascita della psicoanalisi. Ce lo ricorda Marco Conci nella sua postfazione: “[la psicoanalisi] ha informato di sé la storia della psicoterapia contemporanea. Non solo molti pionieri della terapia sistemico-familiare, ma anche molti pionieri del cognitivismo clinico erano psicoanalisti. Per non parlare del retroterra psicoanalitico di pionieri della psicoterapia umanistica […]”.

 

Le ramificazioni nate dal tronco originario sono davvero tante e ogni singolo ramo ha dato vita a ulteriori sviluppi. Di fatto, ogni approccio ha seguito una sua evoluzione che appare tendenzialmente convergere verso una direzione precisa, che dà valore alla relazione tra paziente e terapeuta nella complessità del qui e ora della seduta. Quella che alcuni hanno chiamato la “svolta relazionale” si è fatta più visibile negli anni Ottanta e Novanta, dapprima nell’ambito psicoanalitico e poi anche in quello cognitivo comportamentale. In realtà, nel campo psicoanalitico, terapeuti più orientati al versante relazionale ci sono stati, anche molto prima della pubblicazione dei libri di Stephen Mitchell: basti pensare a Ferenczi e Sullivan. Ma gli studi sull’attaccamento, e le conseguenti ricadute che hanno avuto nel campo della pratica clinica, hanno reso più evidente e possibile l’emergere di visuali sempre più condivisibili da scuole diverse. Evoluzione prevedibile, perché c’è qualcosa in comune fra tutti gli approcci: il campo di osservazione dei fenomeni clinici, che è inevitabilmente un ambito condiviso. Siamo tutti sulla stessa barca o, per restare nella metafora, sullo stesso albero.

 

In altre parole, quello che ci mostra un paziente nelle sedute è il medesimo fenomeno, sia che parli con uno psicoanalista che con un cognitivo che con un sistemico o un terapeuta di un’altra scuola ancora. È indubbio che poi il dialogo clinico prenda una certa piega piuttosto che un’altra a seconda di ciò che cattura l’attenzione del terapeuta rispetto alla sua formazione e all’ingaggio controtransferale. Ma comunque nella relazione col paziente in seduta succede che due terapeuti osservino lo stesso fenomeno, ma lo psicoanalista usi il termine “coazione a ripetere nel transfert” mentre il cognitivo “ciclo interpersonale”; analogamente, uno userà l’aggettivo “inconscio” e l’altro “implicito”, riferendosi entrambi a ciò che non è consapevole. Avere una conoscenza storica della psicoterapia ci permette di confrontare le visuali, comprendere le differenze ma anche i punti in comune dei vari approcci e, di conseguenza, l’importanza del dialogo e del confronto tra i diversi orientamenti; il cui scopo non è certo quello di ridurre la ridondanza terminologica, e men che meno perseguire un insensato e impossibile tentativo di uniformare tutti gli indirizzi svilendone la specifica identità. La motivazione sta nel migliorare la capacità di ricerca e la condivisione del sapere tra clinici di diversa formazione in un campo così complesso com’è il funzionamento della mente nelle relazioni umane. 


In cinque diverse parti (ciascuna suddivisa in più paragrafi, rispettivamente dedicate alla psicoanalisi, al cognitivismo clinico, all’approccio sistemico-relazionale, alle psicoterapie umanistiche e a quelle corporee) Francesco Gazzillo e Nino Dazzi hanno aggregato tredici autori che descrivono storicamente i cinque indirizzi. Tranne quello cognitivo, illustrato da un unico clinico, ogni approccio è descritto da almeno due, spesso tre, terapeuti della rispettiva scuola. Di ognuna viene presentato con accuratezza un panorama dei modelli e delle tecniche di intervento più importanti, dei fattori storici, economici, culturali e clinici che li hanno influenzati, nonché delle vicende biografiche degli autori che ne hanno plasmato lo sviluppo.

Soprattutto negli ultimi due capitoli ho imparato cose nuove, ma confesso di averne appresa qualche altra anche nel primo capitolo sulla psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica, anche se mi ci sono formato e l’ho praticata per oltre quarant’anni. È questo che mi ha fatto provare lo stesso piacere che ho provato leggendo il libro di Thomson cinquantun anni fa.


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