Pratica Psicoterapeutica

Il Mestiere dell'Analista
Rivista semestrale di clinica psicoanalitica e psicoterapia

NUMERO 33
2 - 2025 mese di Dicembre
EDITORIALE
EDITORIALE
di Simone Maschietto

Questo numero della Rivista, secondo tradizione, si apre con Il caso clinico della “principessa” presentato da Donatella Rattini, che descrive con onestà la sospensione di una psicoterapia con una “paziente difficile”. Spesso l’interruzione della terapia di un paziente è vista dal punto di vista tecnico come un problema di controtransfert, ma nella mia esperienza clinica con pazienti gravi, immersi in contesti famigliari seriamente disturbati, la psicoterapia individuale, senza un contesto istituzionale di degenza, si arena o incontra ostacoli insuperabili, non riconducibili alla tecnica dell’analista; anzi bisogna accettare, come clinici, la propria impotenza di fronte a processi morbosi non trasformabili solo con la psicoterapia.


Il caso è commentato sia da Secondo Giacobbi che da Davide Fiocchi, entrambi i quali, evidenziando comunque, in differenti modalità, aspetti diagnostici e clinici che possono rappresentare, come dice Davide Fiocchi “nel caso dovesse incontrare nuovamente Giulia”, spunti di riflessione per la terapeuta, evidenziano come, di fronte all’estrema difficoltà del caso, la terapeuta abbia operato con cautela e con cura.

 

Proseguendo la lettura della Rivista è possibile accedere al lavoro di Secondo Giacobbi La psicoanalisi e la crisi della post-modernità. Clinica e neo-puritanesimo, in cui si evidenzia che “…la fine della post-modernità sembra derivare anche dalla difficilmente sostenibile condizione di incertezza valoriale che la caratterizzava. Per quanto concerne invece il piano del costume e della concezione dell’uomo e della vita umana, indubbiamente decisiva è stata l’affermazione della cultura dei diritti individuali, che ha conosciuto una declinazione fortemente ideologizzata in quella che è stata definita la cultura del Politicamente Corretto e Woke.”


L’inconscio come linguaggio è un tema affascinante e profondo. Secondo la teoria psicoanalitica, l’inconscio è un sistema di pensieri, sentimenti e desideri che non sono accessibili alla coscienza, ma che influenzano il nostro comportamento e le nostre emozioni. In questo senso, l’inconscio può essere visto come un linguaggio che parla attraverso di noi, utilizzando simboli, metafore e immagini per comunicare con la nostra coscienza. È come se l’inconscio avesse una sua propria “voce” che si esprime attraverso i sogni, i lapsus, le associazioni libere e le creazioni artistiche.

 

Riprendendo alcune affermazioni di Michela Morgana nel Commento all’articolo di Roberto Carnevaliciascuna lingua [è] portatrice di un proprio ‘genio del linguaggio’, pervaso dalla cultura, storia e sensibilità del popolo cui appartiene. Ogni lingua è come una voce, ciascuna voce ha un proprio timbro, così che anche cantando le stesse note della stessa canzone l’esito è unico per ciascuna, così come unico per ciascuna lingua è la resa di un significato condiviso con altre”, introduco il lavoro di Pietro Rizzi Tra parole primordiali e lingue arcaiche. Un percorso nella psicoanalisi. Secondo l’Autorela scoperta di una Ur-Sprache, una lingua anteriore alle lingue storiche è capace di fondarle tutte. È significativa la particella UR, che designa ciò che è originario, primitivo. così la troviamo nella Urszene, la scena primaria che il bambino incontra di improvviso e può originarne un trauma, come ne L’uomo dei lupi. Ma la Urszene si può trovare anche in altri contesti, per esempio nelle fantasie isteriche di cui Freud si occupa nel 1895, e inoltre l’interpretazione dei sogni, la Traumdeutung del 1899-1900, ne è profondamente intessuta.”

 

Roberto Carnevali, nel suo articolo Le jeu de l’indulgence (il ruolo dell’indulgenza nelle relazioni) pone questa riflessione: “Mi sono dunque immerso nella lettura di Le jeu de l’indulgence, cercando di capire somiglianze e differenze tra questo testo, tradotto direttamente dal giapponese, e quello in italiano, tradotto dalla traduzione in inglese/americano”. Ciò che in giapponese si intende con amae trova in italiano una forma alternativa a “dipendenza”, dall'inglese “dependence”, nella parola “indulgenza”, dalla traduzione francese, essendo peraltro entrambe fatte dal testo originario in giapponese; e questo, cosa su cui porta opportunamente l’attenzione Carnevali, può condurre a una rilettura del concetto di amae, ampliandone il significato e la portata per chi, come lui, lo pone tra gli elementi basilari della sua pratica clinica. L’articolo è commentato, come s’è detto, da Michela Morgana, che, oltre ad evidenziare come il contesto nel quale si sviluppa una lingua esprima gli elementi sottesi al suo ambito socio-culturale, si sofferma sull’uso di amae nell’accezione di “indulgenza” come base, nella pratica clinica, per una valorizzazione delle emozioni e dell’empatia.

 

Per la rubrica Abbiamo letto… Fabrizio Rizzi nel suo articolo Non è mai troppo tardi? (per conoscere la gruppoanalisi) descrive di avere scoperto troppo tardi (ma meglio tardi che mai), attraverso la lettura di due libri sulla teoria e la tecnica di gruppo a cura di Girolamo Lo Verso, il ruolo formativo della psicoterapia di gruppo, spesso sottovalutata rispetto all’analisi individuale. Già Stefano Bolognini aveva ribadito il ruolo del quarto pilastro nella formazione psicoanalitica, cioè il lavoro di gruppo.

 

La Rivista viene conclusa con la Scheda di presentazione del libro L’inconscio nella storia – un approccio psicoanalitico, scritto da Secondo Giacobbi, a cura della Redazione.

Buona lettura, auguri di buon anno e... attendiamo vostri commenti.

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