Pratica Psicoterapeutica

Il Mestiere dell'Analista
Rivista semestrale di clinica psicoanalitica e psicoterapia

NUMERO 26
1 - 2022 mese di Giugno
CLINICA – IL CONTESTO SOCIOCULTURALE
LA RINUNCIA ALLA VENDETTA E IL PERDONO
di Roberto Carnevali

 

Il tema del rapporto tra la vendetta e il perdono ha sempre per me rappresentato un particolare motivo dinteresse, sollecitandomi a una riflessione che per la prima volta ho articolato in modo compiuto in un articolo che scrissi su Costruzioni Psicoanalitiche nel 2001 [1] e poi ripresi nel mio libro L’immaginario e il diavolo [2]. Il punto di partenza era l’opera di Pedro Calderon de la Barca La vita è sogno e la storia del principe Sigismondo che, rinchiuso dal padre in una torre al momento della nascita, arriva a muovergli guerra e a sconfiggerlo per poi sottomettersi a lui rinunciando alla vendetta. Rimando a questi scritti l’approfondimento del tema nel senso che vi ho trovato, evidenziando qui solo un aspetto: l’aver fatto coincidere, nelle mie riflessioni, l’idea della rinuncia alla vendetta con il perdono. Dopo molti anni, grazie alla riflessione di un paziente in seduta, capisco che non è così, e che l’argomento merita un ulteriore approfondimento.

Un episodio che molti ricorderanno è quello narrato in più occasioni dalla senatrice Liliana Segre, relativo a un momento nel quale si trovò di fronte a uno dei suoi aguzzini avendo la possibilità di fare uso di una pistola e di ucciderlo; la Segre racconta di aver rinunciato alla vendetta attraverso la formulazione di questo pensiero: “Io non sono come te. Se mi vendicassi mi metterei sul tuo stesso piano, perpetuando un rapporto di violenza e sopraffazione, e non è questo che voglio”. Quando ho sentito per la prima volta questo racconto ho condiviso pienamente le riflessioni della Segre, e mi è capitato in varie occasioni, anche nel corso di una terapia, di riportare l’episodio come esempio della capacità di interrompere il circolo vizioso della rabbia e della vendetta, rompendo un gioco di morte in funzione della proposta di una vita all’insegna del costruire e del rinascere.

L’ultimo paziente, che chiamerò Giovanni, a cui ho proposto questo discorso, è venuto da me per la prima volta più di un anno fa, e dunque in pieno Covid, facendo per un certo periodo le sedute online, ed solo da qualche mese che ci vediamo di persona nel mio studio. Il motivo che l’ha condotto a chiedere aiuto è stato la scoperta di un tradimento della moglie, che ha condotto a una momentanea separazione (hanno tre figli); da qualche mese c’è stato un riavvicinamento e sembra che da parte di entrambi ci sia la voglia di tornare insieme, ma uno scoglio duro da superare è il senso di frustrazione e di rabbia che Giovanni prova al pensiero di quello che è successo; non riesce a perdonare. Questo è lo sfondo nel quale mi sono trovato a citare l’episodio della Segre con il suo aguzzino, e la mia intenzione era quella di favorire la possibilità dell’emergere, dentro Giovanni, di un perdono che potesse condurre a una pacificazione interiore, superando la frustrazione e rinunciando a una sterile vendetta. Giovanni finisce il colloquio con un senso di piacere, che a volte, soprattutto in questi ultimi tempi, nasce in lui dalla constatazione di aver avuto accesso a una parte di sé rimossa e sconosciuta, grazie allo scambio di pensieri e di emozioni che si dà nelle sedute di terapia.

La seduta successiva parte all’insegna di questa “scoperta” e Giovanni procede nel discorso intrapreso la volta precedente, dicendomi peraltro qualcosa che capovolge, per certi versi, il senso del mio discorso. Succede, a volte, che un paziente introduca un discorso con la frase “Come ha detto lei...” facendo riferimento a qualcosa che io avrei detto la volta precedente, e spesso accade che io faccia fatica a riconoscermi in ciò che il paziente mi attribuisce; in effetti a volte è vero che il paziente stravolge il mio pensiero in funzione della risposta che avrebbe voluto avere da me, e quindi ricostruisce solo alcuni elementi ricombinandoli in modo “creativo”, fino a farmi dire quello che non ho detto ma che, letto in questo modo, diventa una buona base per il paziente per giustificarsi. In questo caso però non è questo che accade. Giovanni riporta fedelmente l’episodio della Segre come l’ho raccontato, ed espone correttamente le considerazioni che ho proposto, e mi sento pienamente capito e rispettato nel mio argomentare. Poi però trae una conclusione che è all’opposto di questo mio argomentare, che voleva condurre ad amplificare il senso del “perdono” [3].

Giovanni mi dice: “Ho ripensato molto all’episodio che mi ha raccontato, della Segre che ha deciso di non vendicarsi del suo aguzzino. Come ha detto lei, il discorso di fondo è: ‘io non sono come te, e dunque non mi metto al tuo livello e rinuncio a vendicarmi’, ed è proprio questo che mi rende impossibile perdonare. Io non ho mai tradito mia moglie, e non la tradirei mai. Per l’appunto non sono come lei, e questo ha creato fra noi una barriera insormontabile. Se la perdonassi mi sembrerebbe di giustificarla, di rendere comprensibile ciò che ancora non comprendo e penso non riuscirò mai a comprendere; sentirei di “abbassarmi al suo livello”, di considerare “umano” ciò che ritengo non lo sia... Verrebbero meno alcuni aspetti della mia vita ai quali sento di voler rimanere aggrappato.”

 

Per pochi istanti ho pensato che stesse giocando il gioco che ho descritto poco più sopra, attribuendomi idee che sono dentro di lui e che richiedono il mio avallo. Ma in un istante ho capito che questa volta il mio interlocutore aveva ragione, e che ero io che avevo messo insieme due elementi che in realtà sono agli antipodi, creando una sintonia fasulla che adesso mi mostrava con evidenza le sue contraddizioni.

Prima di tutto ho capito di dover approfondire l’idea di perdono, che può assumere significati diversi a seconda di chi sono i personaggi in gioco. Un primo pensiero va al perdono concesso da Dio all’uomo. Questo perdono mantiene il perdonante e il perdonato nella stessa posizione prima e dopo il perdono. Dio continua ad essere onnipotente e in cielo e l’uomo continua ad essere un peccatore sulla terra. Il perdono “scende” dall’alto in basso ed è la grandezza del perdonante che permette il perdono nei confronti del perdonato. La persona umana che concede questo tipo di perdono a un’altra persona umana compie un atto attraverso il quale vola nel cielo, diventa Dio e si sente grande, molto più grande del perdonato, che diventa sempre più piccolo e si allontana, a volte per sempre. Una volta avuto il perdono da un uomo che si è omologato a Dio, il perdonato non è portato a cercare nuovamente Dio per instaurare un rapporto “alla pari” e costruttivo; rivolge l’attenzione al mondo dei suoi pari ed è con questi, “miseri peccatori”, che eventualmente riparte ad esplorare la vita [4]. Per fortuna Giovanni non pensa a questo tipo di perdono. Non vuole assurgere alle vette divine. Si limita a voler essere umano e “saper perdonare”. Ma come può un essere umano sentirsi umano e al contempo dire a se stesso e all’altro: “non sono come te, non mi voglio mettere al tuo livello”? Sia chiaro che non sto attribuendo alla Segre poca umanità. Al contrario, ritengo che rinunciare alla vendetta verso il suo aguzzino sia stato un atto di grande forza d’animo. Ma il contesto parte dall’avere il nazismo perso il senso dell’umanità, e quindi il non volere aver niente a che fare con i propri aguzzini non solo non toglie umanità, ma la introduce in un mondo che l’aveva dimenticata. Nessuno auspicherebbe la nascita di un’amicizia tra una vittima e il suo carnefice in nome di una condizione umana condivisa, perché questa condivisione non c’è e non ci sarà mai.

Ma nella storia di Giovanni, come nella storia di molte coppie in cui non muore l’amore ma ciascuno si allontana dall’altro imboccando strade dalle quali può essere difficile ritornare, la condivisione è espressione di un ritrovamento dell’umanità, intesa come condizione “relativa” in cui ciascuno fa “quello che riesce a fare”. Il perdono così concepito non arriva dal cielo, è molto terreno e imperfetto, con confini che continuamente sfumano e si modificano, è una ricerca che può non arrivare mai a un approdo sicuro, ma può gettare le basi per una strada percorsa insieme alla persona amata, dove i confini tra chi perdona e chi è perdonato si cancellano e spariscono, e dove si riprende a camminare insieme. Ringrazio dunque Giovanni per aver portato una ventata di umiltà, nel senso più pieno del termine, alla ricerca che sta facendo su di sé, nella quale credo di potergli offrire, alla luce di questa scoperta, un aiuto più fecondo e umano.



[1] Carnevali R. (2001), “La rinuncia alla vendetta e l’uscita dalla torre. Edipo oggi da Hofmannsthal a Calderón”, in Costruzioni psicoanalitiche n. 1/2001, FrancoAngeli, Milano.

[2] Carnevali R. (2003) “La rinuncia alla vendetta e l’uscita dalla torre: una rilettura del mito di Edipo in chiave relazionale”, in L’immaginario e il diavolo, FrancoAngeli, Milano, 1a ed.

[3] Segnalo, en passant, il lavoro e gli scritti di Daniel Lumera incentrati sul perdono come elemento essenziale nel rinascere alla vita. Lumera è molto attivo ed è un bravissimo divulgatore, e i suoi scritti e le sue conferenze sono reperibili su internet in varie forme. Propone una visione di mondo che sostanzialmente condivido.

[4] Ricordo qui la bellissima canzone di Fabrizio De André La cattiva strada, che si conclude con questi versi: “E quando poi sparì del tutto, a chi diceva: ‘è stato un male’, a chi diceva ‘è stato un bene’ raccomandò: ‘non vi conviene venir con me dovunque vada; ma c’è amore un po’ per tutti, e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada’”.

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Il tema del rapporto tra la vendetta e il perdono ha sempre per me rappresentato un particolare motivo dinteresse, sollecitandomi a una riflessione che per la prima volta ho articolato in modo compiuto in un articolo che scrissi su Costruzioni Psicoanalitiche nel 2001 [1] e poi ripresi nel mio libro L’immaginario e il diavolo [2]. Il punto di partenza era l’opera di Pedro Calderon de la Barca La vita è sogno e la storia del principe Sigismondo che, rinchiuso dal padre in una torre al momento della nascita, arriva a muovergli guerra e a sconfiggerlo per poi sottomettersi a lui rinunciando alla vendetta. Rimando a questi scritti l’approfondimento del tema nel senso che vi ho trovato, evidenziando qui solo un aspetto: l’aver fatto coincidere, nelle mie riflessioni, l’idea della rinuncia alla vendetta con il perdono. Dopo molti anni, grazie alla riflessione di un paziente in seduta, capisco che non è così, e che l’argomento merita un ulteriore approfondimento.

Un episodio che molti ricorderanno è quello narrato in più occasioni dalla senatrice Liliana Segre, relativo a un momento nel quale si trovò di fronte a uno dei suoi aguzzini avendo la possibilità di fare uso di una pistola e di ucciderlo; la Segre racconta di aver rinunciato alla vendetta attraverso la formulazione di questo pensiero: “Io non sono come te. Se mi vendicassi mi metterei sul tuo stesso piano, perpetuando un rapporto di violenza e sopraffazione, e non è questo che voglio”. Quando ho sentito per la prima volta questo racconto ho condiviso pienamente le riflessioni della Segre, e mi è capitato in varie occasioni, anche nel corso di una terapia, di riportare l’episodio come esempio della capacità di interrompere il circolo vizioso della rabbia e della vendetta, rompendo un gioco di morte in funzione della proposta di una vita all’insegna del costruire e del rinascere.

L’ultimo paziente, che chiamerò Giovanni, a cui ho proposto questo discorso, è venuto da me per la prima volta più di un anno fa, e dunque in pieno Covid, facendo per un certo periodo le sedute online, ed solo da qualche mese che ci vediamo di persona nel mio studio. Il motivo che l’ha condotto a chiedere aiuto è stato la scoperta di un tradimento della moglie, che ha condotto a una momentanea separazione (hanno tre figli); da qualche mese c’è stato un riavvicinamento e sembra che da parte di entrambi ci sia la voglia di tornare insieme, ma uno scoglio duro da superare è il senso di frustrazione e di rabbia che Giovanni prova al pensiero di quello che è successo; non riesce a perdonare. Questo è lo sfondo nel quale mi sono trovato a citare l’episodio della Segre con il suo aguzzino, e la mia intenzione era quella di favorire la possibilità dell’emergere, dentro Giovanni, di un perdono che potesse condurre a una pacificazione interiore, superando la frustrazione e rinunciando a una sterile vendetta. Giovanni finisce il colloquio con un senso di piacere, che a volte, soprattutto in questi ultimi tempi, nasce in lui dalla constatazione di aver avuto accesso a una parte di sé rimossa e sconosciuta, grazie allo scambio di pensieri e di emozioni che si dà nelle sedute di terapia.

La seduta successiva parte all’insegna di questa “scoperta” e Giovanni procede nel discorso intrapreso la volta precedente, dicendomi peraltro qualcosa che capovolge, per certi versi, il senso del mio discorso. Succede, a volte, che un paziente introduca un discorso con la frase “Come ha detto lei...” facendo riferimento a qualcosa che io avrei detto la volta precedente, e spesso accade che io faccia fatica a riconoscermi in ciò che il paziente mi attribuisce; in effetti a volte è vero che il paziente stravolge il mio pensiero in funzione della risposta che avrebbe voluto avere da me, e quindi ricostruisce solo alcuni elementi ricombinandoli in modo “creativo”, fino a farmi dire quello che non ho detto ma che, letto in questo modo, diventa una buona base per il paziente per giustificarsi. In questo caso però non è questo che accade. Giovanni riporta fedelmente l’episodio della Segre come l’ho raccontato, ed espone correttamente le considerazioni che ho proposto, e mi sento pienamente capito e rispettato nel mio argomentare. Poi però trae una conclusione che è all’opposto di questo mio argomentare, che voleva condurre ad amplificare il senso del “perdono” [3].

Giovanni mi dice: “Ho ripensato molto all’episodio che mi ha raccontato, della Segre che ha deciso di non vendicarsi del suo aguzzino. Come ha detto lei, il discorso di fondo è: ‘io non sono come te, e dunque non mi metto al tuo livello e rinuncio a vendicarmi’, ed è proprio questo che mi rende impossibile perdonare. Io non ho mai tradito mia moglie, e non la tradirei mai. Per l’appunto non sono come lei, e questo ha creato fra noi una barriera insormontabile. Se la perdonassi mi sembrerebbe di giustificarla, di rendere comprensibile ciò che ancora non comprendo e penso non riuscirò mai a comprendere; sentirei di “abbassarmi al suo livello”, di considerare “umano” ciò che ritengo non lo sia... Verrebbero meno alcuni aspetti della mia vita ai quali sento di voler rimanere aggrappato.”

 

Per pochi istanti ho pensato che stesse giocando il gioco che ho descritto poco più sopra, attribuendomi idee che sono dentro di lui e che richiedono il mio avallo. Ma in un istante ho capito che questa volta il mio interlocutore aveva ragione, e che ero io che avevo messo insieme due elementi che in realtà sono agli antipodi, creando una sintonia fasulla che adesso mi mostrava con evidenza le sue contraddizioni.

Prima di tutto ho capito di dover approfondire l’idea di perdono, che può assumere significati diversi a seconda di chi sono i personaggi in gioco. Un primo pensiero va al perdono concesso da Dio all’uomo. Questo perdono mantiene il perdonante e il perdonato nella stessa posizione prima e dopo il perdono. Dio continua ad essere onnipotente e in cielo e l’uomo continua ad essere un peccatore sulla terra. Il perdono “scende” dall’alto in basso ed è la grandezza del perdonante che permette il perdono nei confronti del perdonato. La persona umana che concede questo tipo di perdono a un’altra persona umana compie un atto attraverso il quale vola nel cielo, diventa Dio e si sente grande, molto più grande del perdonato, che diventa sempre più piccolo e si allontana, a volte per sempre. Una volta avuto il perdono da un uomo che si è omologato a Dio, il perdonato non è portato a cercare nuovamente Dio per instaurare un rapporto “alla pari” e costruttivo; rivolge l’attenzione al mondo dei suoi pari ed è con questi, “miseri peccatori”, che eventualmente riparte ad esplorare la vita [4]. Per fortuna Giovanni non pensa a questo tipo di perdono. Non vuole assurgere alle vette divine. Si limita a voler essere umano e “saper perdonare”. Ma come può un essere umano sentirsi umano e al contempo dire a se stesso e all’altro: “non sono come te, non mi voglio mettere al tuo livello”? Sia chiaro che non sto attribuendo alla Segre poca umanità. Al contrario, ritengo che rinunciare alla vendetta verso il suo aguzzino sia stato un atto di grande forza d’animo. Ma il contesto parte dall’avere il nazismo perso il senso dell’umanità, e quindi il non volere aver niente a che fare con i propri aguzzini non solo non toglie umanità, ma la introduce in un mondo che l’aveva dimenticata. Nessuno auspicherebbe la nascita di un’amicizia tra una vittima e il suo carnefice in nome di una condizione umana condivisa, perché questa condivisione non c’è e non ci sarà mai.

Ma nella storia di Giovanni, come nella storia di molte coppie in cui non muore l’amore ma ciascuno si allontana dall’altro imboccando strade dalle quali può essere difficile ritornare, la condivisione è espressione di un ritrovamento dell’umanità, intesa come condizione “relativa” in cui ciascuno fa “quello che riesce a fare”. Il perdono così concepito non arriva dal cielo, è molto terreno e imperfetto, con confini che continuamente sfumano e si modificano, è una ricerca che può non arrivare mai a un approdo sicuro, ma può gettare le basi per una strada percorsa insieme alla persona amata, dove i confini tra chi perdona e chi è perdonato si cancellano e spariscono, e dove si riprende a camminare insieme. Ringrazio dunque Giovanni per aver portato una ventata di umiltà, nel senso più pieno del termine, alla ricerca che sta facendo su di sé, nella quale credo di potergli offrire, alla luce di questa scoperta, un aiuto più fecondo e umano.



[1] Carnevali R. (2001), “La rinuncia alla vendetta e l’uscita dalla torre. Edipo oggi da Hofmannsthal a Calderón”, in Costruzioni psicoanalitiche n. 1/2001, FrancoAngeli, Milano.

[2] Carnevali R. (2003) “La rinuncia alla vendetta e l’uscita dalla torre: una rilettura del mito di Edipo in chiave relazionale”, in L’immaginario e il diavolo, FrancoAngeli, Milano, 1a ed.

[3] Segnalo, en passant, il lavoro e gli scritti di Daniel Lumera incentrati sul perdono come elemento essenziale nel rinascere alla vita. Lumera è molto attivo ed è un bravissimo divulgatore, e i suoi scritti e le sue conferenze sono reperibili su internet in varie forme. Propone una visione di mondo che sostanzialmente condivido.

[4] Ricordo qui la bellissima canzone di Fabrizio De André La cattiva strada, che si conclude con questi versi: “E quando poi sparì del tutto, a chi diceva: ‘è stato un male’, a chi diceva ‘è stato un bene’ raccomandò: ‘non vi conviene venir con me dovunque vada; ma c’è amore un po’ per tutti, e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada’”.

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