Sono arrivato quasi casualmente a conoscere Emanuele Trevi come scrittore, a partire da un suo libro, Due vite, che nel 2021 aveva vinto il premio Bancarella. Il suo stile mi ha subito coinvolto, e ho cominciato a interessarmi a lui anche relativamente alla sua vita personale. Ho così scoperto che è figlio di Mario Trevi, psicoanalista junghiano che ho conosciuto personalmente quando lavoravo alla Rivista Italiana di Gruppoanalisi, ed è l’ex marito di Chiara Gamberale, scrittrice che amo moltissimo e di cui ho letto alcuni libri, su uno dei quali, Le luci nelle case degli altri, ho scritto un articolo nella rubrica Abbiamo letto… su questa rivista: “Guardare dentro di sé attraverso le luci nelle case degli altri, un modo di vivere l’analisi”, di Roberto Carnevali, in Pratica Psicoterapeutica N. 6, (1-2012).
https://www.praticapsicoterapeutica.com/rivista.asp?IDA=98
Nell’articolo scrivo, parlando dell’autrice:
Ho cominciato a leggere i suoi libri dopo averla ascoltata in una trasmissione radiofonica che si chiamava “Trovati un bravo ragazzo”, che si proponeva, con rara efficacia, di affrontare argomenti di attualità in una prospettiva tesa a sfatare i luoghi comuni. Gli approfondimenti, spesso espressi in un linguaggio che dimostrava una notevole preparazione psicoanalitica, mi hanno a volte sollecitato a riflettere su aspetti apparentemente scontati dell’animo umano, che invece, attraverso il modo in cui venivano proposti, prendevano forma in modo originale e ricco di significati inusuali.
Successivamente a questo, la Gamberale ha scritto un altro libro intitolato Per dieci minuti (che ho letto), nel quale descrive la situazione venutasi a creare in lei in conseguenza della separazione dal marito (che era per l’appunto Emanuele Trevi). Da questo libro è stato tratto anche un film. Il senso del titolo è dato dall’essere l’autrice, dopo la separazione, andata da una psicoterapeuta che le ha dato questa indicazione: ogni giorno fare una cosa nuova almeno per dieci minuti.
Questa lunga premessa è giustificata dal fatto che penso possa facilitare la comprensione del mio stato d’animo quando ho saputo, in una trasmissione televisiva in cui Emanuele Trevi era ospite, dell’uscita del suo libro La casa del mago, in cui racconta del suo aver abitato nella casa di suo padre, Mario Trevi, per un certo tempo, ripercorrendo la sua vita e ritrovando elementi fino ad allora sconosciuti che hanno esteso la sua conoscenza di quest’uomo, modificando in parte l’immagine che in vita si era fatto di lui. Naturalmente l’ho subito acquistato, ed è dalla lettura di questo libro che sviluppo le considerazioni che seguono.
Figlio di un celebre psicoanalista junghiano e sposato per un certo tempo con una scrittrice che nei suoi libri affronta sempre temi legati ad aspetti profondi della psicologia umana, Emanuele Trevi ha sviluppato un rapporto particolare con la psicologia e la psicoanalisi, che potremmo definire di curiosità e di evitamento, a volte espressi in contemporanea.
Prendere una decisione è per lui fonte di ansia e di stress, e una sua modalità per esorcizzare questi vissuti è attribuire al caso la scelta, oppure subirla a causa di persone con cui ha a che fare che gli impongono la loro volontà senza che lui riesca ad opporsi. Così il trasferimento in quella che fu la casa di suo padre avviene senza un particolare motivo, e abitando la casa si trova a vivere situazioni nelle quali le decisioni vengono prese da una signora che viene a fare le pulizie, che lui ha ribattezzato “la Degenerata”, che vorrebbe licenziare senza mai avere il coraggio di farlo, e che gli impone la sua volontà, fino a fargli intrattenere una relazione con una ragazza di sua conoscenza, di nome Paradisa, da lui ribattezzata “la Gatta Morta”, con cui egli instaura un rapporto che dura alcuni mesi, fondato sul disimpegno e sulla possibilità di dialogare senza dirsi nulla di veramente significativo.
Un’altra presenza fondamentale nella casa è “la Visitatrice”, personaggio misterioso che si muove, invisibile, tra le stanze, spostando o facendo scomparire oggetti di vario tipo, e che l’autore descrive come presenza inquietante che lo fa sentire immerso in un’atmosfera caratterizzata da insicurezza e sospensione. Con una terminologia freudiana potremmo definirla “Il perturbante”.
E su tutti aleggia il fantasma del padre, un padre amato e mai conosciuto fino in fondo, al quale Emanuele ha fatto un’intervista diventata poi un libro, senza peraltro arrivare a toccare gli elementi profondi che invece rintraccia abitando la casa.
Un filo conduttore è la lettura della copia, trovata in casa, di Simboli della trasformazione di Jung, che il padre aveva annotato in modo preciso e puntuale, dando modo al figlio di entrare in contatto con la sua parte più intima, esprimendo idee ed emozioni che nella vita quotidiana aveva sempre tenuto gelosamente custodite.
No sto a raccontare altri elementi della trama del libro, lasciando al lettore la sorpresa di scoprirli, e voglio proporre una considerazione di fondo sullo stile narrativo dell’autore, e sull’immagine che offre in relazione alla sua struttura di personalità.
Da quello che ho fin qui detto mi rendo conto di poter aver dato l’impressione di considerare Emanuele Trevi un autore che, benché incuriosito dalla personalità del suo grande padre e alla ricerca di un approfondimento della conoscenza di lui, tenda a sottrarsi a un andare al fondo di sé, preferendo mantenersi in uno spazio di superficie disimpegnato e rassicurante.
Anche se in certi momenti tende a dare di sé un’immagine di questo genere, trovo che invece nel suo stile narrativo e nel modo in cui con naturalezza si rapporta ai sentimenti umani, Emanuele Trevi ci racconti di sé e della sua vita, e delle persone con cui si relaziona, alle quali non può fare a meno di affezionarsi con un affetto sentito e profondo, con un’empatia e una carica di umanità che possono coinvolgere il lettore nelle sue storie, offrendo continuamente spunti di riflessione sulla condizione umana, sempre incerta e precaria ma affascinante e degna di essere vissuta. Più dichiara di voler allontanare da sé un coinvolgimento che può dare sofferenza, più invita implicitamente a entrare in questo coinvolgimento, con la curiosità di un bambino alla ricerca di sé e del modo di relazionarsi al mondo.
Non so se con queste mie parole sono riuscito a rendere la vasta gamma di sensazioni che la lettura di La casa del mago può dare al lettore. Penso sia possibile, e anzi auspicabile, lasciarsi coinvolgere e identificarsi con l’autore, e invito chi vuole cimentarsi in questo “viaggio” a farlo, tornando bambino e attingendo a quella curiosità che non può essere morta in nessuno di noi, purché si abbia il coraggio di lasciarla emergere.