Pratica Psicoterapeutica

Il Mestiere dell'Analista
Rivista semestrale di clinica psicoanalitica e psicoterapia

NUMERO 34
1 - 2026 mese di Giugno
IL CONTESTO SOCIOCULTURALE
INTERVENTI SUI CONTENUTI E SUI PROCESSI NELLA TERAPIA PSICOANALITICA
di Luca Mazzotta

Questo contributo nasce dall’esigenza di mettere per iscritto alcune riflessioni relative al modo in cui interveniamo con i nostri pazienti, riflessioni sorte nel corso degli anni all’interno dei seminari SPP di Teoria della Tecnica e di Clinica Psicoanalitica. È proprio in questo contesto, a partire dalla discussione di casi clinici e dal confronto con allievi e colleghi su questioni di teoria applicata, che ho iniziato a rendermi conto che vi è spesso molta confusione su quali siano i vari tipi di interventi terapeutici e, soprattutto, “perché” alcuni interventi - frequentemente utilizzati – possano essere non del tutto coerenti con il quadro teorico cui solitamente ci si riferisce.

Nell’immaginario comune, ma anche in una parte non trascurabile della letteratura specialistica, il lavoro dello psicoanalista continua a essere rappresentato come un’attività essenzialmente ermeneutica: cogliere un significato nascosto, portare alla luce un contenuto inconscio, dire al paziente qualcosa che egli ancora non sa di sé. È questa l’immagine che corrisponde alla rappresentazione “cinematografica” del lavoro dell’analista: colui che, al momento giusto, pronuncia – spesso con studiata enfasi – una frase che svela il “vero” senso di un comportamento, di un sogno, di un sintomo. E, per un non ben precisato motivo, comunque vicino al concetto di “catarsi/suggestione”, il paziente guarisce! La stessa rappresentazione si rintraccia anche in molti resoconti clinici, in cui il cuore del lavoro sembra coincidere con la formulazione di interpretazioni sui contenuti psichici del paziente: desideri rimossi, fantasie inconsce, significati simbolici. In questa prospettiva, l’intervento analitico viene implicitamente identificato con un’operazione di decodifica, come se il compito dell’analista sia quello di tradurre un linguaggio nascosto in uno più accessibile. Tuttavia questa rappresentazione, sebbene colga un aspetto storicamente rilevante della tecnica, rischia di oscurare una dimensione fondamentale del lavoro analitico, meno visibile ma clinicamente decisiva.

Chi si occupa di clinica psicoanalitica si imbatte presto in una questione tanto semplice nella formulazione quanto complessa nelle implicazioni: su cosa lavoriamo quando interpretiamo? Lavoriamo su quello che il paziente dice – i contenuti, i significati latenti, le fantasie inconsce, desideri, paure – oppure su ciò che accade al paziente mentre parla davanti a noi: esitazioni, evitamenti, deformazioni, scivolamenti, correzioni?

La distinzione può apparire inizialmente artificiale, quasi didattica. Tuttavia, se si osserva con attenzione il modo in cui un trattamento procede – o non procede – diventa evidente che questa distinzione non è soltanto tecnica, ma riguarda il modo stesso in cui concepiamo la mente e il cambiamento.

Se proviamo a collocare questa distinzione su un piano metapsicologico, è necessario non dimenticare un passaggio obbligato: quello dalla prima alla seconda topica freudiana. È proprio qui che si annida una delle ambiguità più persistenti della tecnica psicoanalitica contemporanea: il passaggio dal modello topografico a quello strutturale rappresenta una vera e propria rivoluzione teorica (necessaria a causa di alcuni fenomeni clinici che il vecchio modello non riusciva a spiegare) che, tuttavia, non è stata accompagnata da una applicazione altrettanto coerente sul piano tecnico. Il risultato è che molti analisti, spesso senza accorgersene, continuano ancora oggi a pensare in termini strutturali ma agiscono seguendo il modello topografico.

 

Gli interventi tecnici alla luce della seconda topica

Nel modello topografico la logica dell’intervento è relativamente lineare: il conflitto è concepito come opposizione tra ciò che è inconscio e ciò che è preconscio o cosciente, e la rimozione rappresenta il meccanismo difensivo principale. Il contenuto inconscio – un desiderio, una fantasia, una rappresentazione – deve quindi essere rintracciato e portato alla coscienza. In questo quadro, l’interpretazione si configura inevitabilmente come un’operazione di decodifica: l’analista coglie il significato latente e lo restituisce al paziente. La resistenza, in questa prospettiva, è essenzialmente un ostacolo, qualcosa che si interpone tra il contenuto e la sua presa di coscienza, e che deve essere “superato” per permettere all’interpretazione di “arrivare a destinazione”.

Se però prendiamo in considerazione l’importanza del passaggio alla seconda topica, questo schema diventa insufficiente. Il punto cruciale è che, con il modello strutturale, anche le difese devono essere inconsce. L’inconscio non coincide più con il rimosso pulsionale, ma include il funzionamento stesso dell’Io e del Super-io. Il conflitto non è più semplicemente tra inconscio e coscienza, ma tra istanze che possono tutte operare al di fuori della consapevolezza. A questo punto, l’idea che basti “portare alla luce” un contenuto inconscio perde gran parte della sua solidità tecnica. Diventa invece importante il perché quel contenuto non è accessibile. Che cosa accadrebbe se lo diventasse. Quale funzione svolge il fatto che non lo sia.

È qui che emerge con chiarezza la differenza tra interventi sui contenuti e interventi sui processi (quindi essenzialmente sulle difese). Nel primo caso, l’analista si orienta verso ciò che è nascosto: il desiderio, la fantasia, il significato latente. Nel secondo caso, l’attenzione si sposta sulle modalità con cui il paziente evita, distorce, interrompe, modula l’emergere di quel contenuto. Non si tratta più di aggirare la resistenza per arrivare al contenuto, ma di assumere la resistenza stessa come oggetto privilegiato dell’analisi.

 

Dall’interpretazione del contenuto all’analisi del processo

Da questo punto di vista, il cambiamento tecnico è meno spettacolare di quanto ci si potrebbe aspettare, ma molto più radicale. L’analista smette progressivamente di collocarsi nella posizione di chi “sa e rivela” per lavorare invece, insieme al paziente su ciò che accade nella sequenza associativa: una pausa, un cambio di tono, una correzione, un improvviso spostamento tematico. È su questa “superficie lavorabile”, direbbe Paniagua, che diventa possibile osservare in atto il lavoro delle difese e, soprattutto, il momento in cui l’angoscia segnala una minaccia per l’Io.

In questo senso, potremmo dire che l’intervento sul contenuto risponde alla domanda: che cosa c’è nell’inconscio? mentre l’intervento sul processo risponde a una domanda diversa: che cosa impedisce a questo contenuto di diventare pensabile ora? La differenza non è solo formale. Nel primo caso il rischio è quello di produrre un insight che resta, per così dire, “esterno” al funzionamento psichico del paziente: qualcosa che può essere compreso, accettato, persino condiviso, ma non realmente sentito e integrato. Nel secondo caso, il lavoro procede in modo più lento e meno appariscente, ma coinvolge direttamente le funzioni dell’Io, favorendo lo sviluppo di una capacità auto-osservativa che costituisce a mio avviso il vero obiettivo del trattamento.

È esperienza comune trovarsi di fronte a interpretazioni teoricamente corrette, anche sofisticate, che tuttavia non producono alcun effetto significativo nel paziente. Talvolta il paziente le accoglie, annuisce, sembra persino comprenderle — ma nulla cambia. Altre volte reagisce con confusione, distanza, o con un aumento dell’angoscia. A tutti sarà capitato, dopo un’interpretazione “brillante”, sentirsi dire (giustamente) dal paziente: “Si ma, ora che lo so, cosa me ne faccio? In che modo mi aiuta?”

In queste situazioni è facile pensare che il problema risieda nella resistenza del paziente o nella precisione dell’interpretazione: forse non era abbastanza profonda, forse non coglieva davvero il nucleo inconscio, forse era errato il timing. L’esperienza clinica — e la riflessione teorica — suggeriscono un’altra possibilità: che il problema sia che cosa stiamo interpretando.

Intuire le dinamiche profonde che causano sofferenza al paziente e rendergli questa conoscenza utilizzabile sono due cose molto diverse: questo problema ha impegnato numerose riflessioni fatte insieme a Guido Medri, che finiva col dire: “la psicoanalisi è come un cannone precisissimo e potentissimo…  che però spesso non riusciamo a far sparare!”. In un articolo pubblicato proprio su questa rivista scriveva: “… sono riluttante a considerare inefficaci i nostri strumenti. A me sembra che si debba affinare la nostra tecnica”.

La pratica psicoanalitica è stata a lungo orientata verso l’interpretazione dei contenuti inconsci: portare alla coscienza ciò che è rimosso. In questa prospettiva, l’interpretazione è concepita come uno strumento di “rivelazione”: siamo nell’ambito della prima topica freudiana. L’analista opera come una figura onnisciente ed affascinante che dispensa illuminanti esempi delle sue capacità di decifrare, attraverso le parole e i sogni del paziente, ciò che si cela nel suo inconscio.

Il modello strutturale freudiano, e soprattutto la seconda teoria dell’angoscia, introducono invece una modifica sostanziale: se l’angoscia è segnale di una minaccia per l’Io, allora ciò che impedisce l’emergere del contenuto non è un semplice “blocco” da rimuovere, ma un sistema attivo di difese che ha una funzione protettiva. Da questo punto di vista, il problema non è tanto che il contenuto sia inconscio, ma che da molto tempo l’Io lo reputi intollerabile. Non renderò dunque un gran servizio al mio paziente se lo metto a contatto – pur accompagnando il mio intervento con la più dolce prosodia di cui sono capace – proprio con ciò che non tollera. Devo innanzitutto occuparmi di cosa egli fa – inconsciamente – per non venire a contatto con qualcosa che lo potrebbe disturbare, e dei motivi per i quali ha bisogno di quella struttura difensiva inconscia. Poiché le difese, per essere efficaci, non possono che essere inconsce: in caso contrario provocherebbero esse stesse angoscia, per il semplice fatto che la loro attivazione segnalerebbe la vicinanza ad una minaccia (per angoscia qui intendo qualunque movimento affettivo percepito dall’apparato psichico come spiacevole).

Quindi il lavoro analitico non può limitarsi a rendere conscio l’inconscio, ma deve occuparsi di ciò che rende impossibile tale passaggio. In altri termini: il focus si sposta dal contenuto alle difese. Ciò che provoca il disagio psichico non è il fatto che un qualche contenuto sia inconscio, ma la complessa architettura difensiva che, cristallizzatasi nel corso degli anni, determina la struttura caratteriale e la mancanza di libertà del paziente. L’apparato psichico del paziente, per garantire una adeguata omeostasi affettiva (i Sandler parlavano di funzione stabilizzatrice, simile a un giroscopio, dell’apparato psichico, mediante apposite fantasie), deve percepire e reagire in maniera “difensiva”, immediata ed “automatica”.  È qualcosa che, potremmo dire, si è inscritto proceduralmente nella sua mente.

Gli interventi dell’analista, quindi, possono (e dovrebbero) riguardare proprio ciò che il paziente fa per non venire a contatto con ciò che desidera, teme o immagina. Questo spostamento è meno intuitivo di quanto sembri. Nella pratica clinica siamo costantemente tentati di “andare oltre”, di cogliere il significato nascosto, di restituirlo brillantemente al paziente. È un movimento quasi spontaneo, sostenuto anche dal piacere intellettuale della comprensione da parte del terapeuta.

Ma proprio qui si annida il rischio: confondere la nostra capacità di comprendere con la capacità del paziente di utilizzare quella comprensione, e poi con il ritenere che quel tipo di comprensione possa essergli realmente d’aiuto.

 

Interventi di processo e sviluppo delle funzioni egoiche di auto-osservazione

Un paziente, un musicista molto sensibile ed intelligente, con una importante inibizione delle proprie componenti falliche a causa di un ambiente familiare patologicamente ideologizzato sulla contrapposizione uomo-donna e fortemente incentrato sulla condanna della cultura patriarcale, in seduta parla delle difficoltà che sta incontrando sul lavoro e della difficoltà che ha nel continuare a puntare sulla sua produzione artistica. Fa fatica a creare una rete di relazioni che possa essergli utile e passa a confrontare la sua carriera con quella di altri artisti. Inizia così a parlare di come immagina il suo lavoro, come gli piacerebbe vedersi. Dice: “In effetti poche volte penso a quelle che sono le mie ambizioni…. che poi… non pensi chissà quali ambizioni grandiose io abbia...”. Qui mi viene in mente una possibile interpretazione di contenuto, magari transferale, con cui portare a consapevolezza il suo conflitto. Avrei ad esempio potuto dire: “Lei ha grandi ambizioni ma teme che esprimendole resterebbe solo venendo considerato una persona sgradita, come quando da piccolo veniva rimproverato se si mostrava intraprendente e competitivo verso sua sorella”. Sarebbe l’equivalente di una archeologica interpretazione del tipo: “Vuoi usare il fallo ma hai il timore di venire castrato”. Interpretazione in fin dei conti corretta ma che sembra essere “calata dall’alto” della saggezza del terapeuta e soprattutto che introduce in modo assiomatico elementi non immediatamente rintracciabili nella superficie associativa del paziente. Si tratta di interpretazioni, queste, anche formalmente corrette, poiché tengono conto del conflitto, del desiderio, del timore e della difesa. Potrebbero essere apprezzate tanto da un analista kleiniano quanto da uno psicologo dell’Io (vecchia maniera, alla Brenner per intenderci). Ma un conto è nominare conflitto, desiderio, paura e difesa, un altro è analizzare il processo che avviene nella mente del paziente. Si tratta di intercettare insieme al paziente la difesa mentre è in atto e non di interpretarla con un movimento unilaterale da parte del terapeuta.

Così in quel frangente mi limitai ad osservare: “Non so se lo ha notato anche lei, ma nel momento in cui ha iniziato a parlare dell’ambizione deve esserle successo qualcosa, perché si è fermato… e subito dopo ha come dovuto ridimensionare l’idea…”. Per il paziente fu possibile tornare su quell’istante e finalmente notare la sensazione di disagio che aveva accompagnato il suo mostrarsi ambizioso, per poi aggiungere che era una cosa che, riflettendoci, gli capitava spesso. Quindi le sue associazioni successive andarono proprio a come in famiglia venisse criticato e scoraggiato ogni suo atteggiamento fallico-esibizionistico.

Si è trattato di un intervento più modesto, meno “profondo” in apparenza. E tuttavia, proprio perché si colloca nel punto in cui il paziente è quasi consapevole di ciò che sta facendo, può essere utilizzabile ed efficace. In questo senso, l’intervento sul processo lavora nel “distretto” del preconscio. Ma si tratta di un intervento estremamente efficace nel promuovere un cambiamento strutturale nel funzionamento del paziente, il quale diviene gradualmente più capace di intercettare la sensazione di disagio che accompagna ogni sua spinta competitiva e di notare il suo movimento difensivo: prima, tutto questo avveniva al di sotto della soglia di “percezione consapevole”. È un intervento che promuove un cambiamento perché laddove vi era un modo “automatico” di comportarsi ora il paziente ha uno spazio per riflettere e quindi il suo Io ha la possibilità di confrontarsi con le sue difficoltà e di fare una scelta consapevole.

Ovviamente questa prospettiva implica una rivalutazione radicale del ruolo dell’Io del paziente nella tecnica. Se l’obiettivo fondamentale del trattamento è aumentare la capacità del paziente di pensare i propri pensieri, allora l’Io cosciente non può essere bypassato. Deve invece essere coinvolto attivamente nel processo. Paul Gray ha sottolineato come il cambiamento terapeutico duraturo dipenda dal coinvolgimento delle funzioni dell’Io in una sorta di collaborazione progressiva con l’analista. Non si tratta semplicemente di “capire”, ma di sviluppare una capacità di auto-osservazione interna che possa proseguire dopo l’analisi. Da questo punto di vista, le interpretazioni di processo hanno una funzione specifica: rendere osservabile ciò che accade nella mente proprio mentre accade.

Dal mio punto di vista, il dato “oggettivo” nel nostro lavoro è ciò che accade durante la seduta: potremmo dire che una seduta è un campione di sequenze associative che si sviluppano nel corso di quarantacinque minuti davanti ad un terapeuta. Queste associazioni sono derivati osservabili dei processi che si svolgono nella sua mente, nei suoi pensieri, anche in conseguenza del fatto che interagisce con noi. Il paziente non “scopre” semplicemente qualcosa che era nascosto, impara progressivamente a riconoscere (prima) e rappresentare (poi) stati mentali che prima non erano pensabili.

In questo senso, le interpretazioni possono essere viste come interventi che aumentano la rappresentabilità dell’esperienza. Rendono possibile ciò che prima doveva essere evitato, rendono pensabile ciò che prima era agito, rendono la riflessione un’opzione praticabile, laddove in precedenza vi era solo una inevitabile ed automatica reazione (motoria, percettiva, affettiva, relazionale, ecc.).

È un lavoro lento, spesso poco spettacolare, che può dare l’impressione di “non andare in profondità”. È necessario restare strettamente sintonizzati alle associazioni del paziente (associazione è qualsiasi cosa faccia o non faccia il paziente, non solo quello che dice). Ma è proprio questo, a mio avviso, il lavoro che crea le condizioni per un eventuale maggiore libertà mentale e personale. Restare aderenti alle associazioni del paziente porta ad interventi maggiormente comprensibili e spesso ad ulteriori ed utili associazioni in grado di ampliare il campo di esplorazione. Talvolta restare aderenti alle associazioni del paziente ci porta a fare degli interventi che aprono a domande alle quali neppure noi siamo in grado di dare delle risposte. In altri termini esploriamo insieme al paziente territori nuovi.

Questo modo di lavorare pone anche delle difficoltà specifiche per l’analista: richiede di rinunciare, almeno temporaneamente, al piacere della comprensione immediata; richiede di non inseguire la gratificazione narcisistica che si cela dietro una brillante formulazione interpretativa. Richiede di tollerare una certa indeterminatezza, di restare vicino al paziente senza “andare troppo avanti”.

Interventi apparentemente semplici, quasi banali, possono sembrare insufficienti rispetto alla complessità del materiale. E tuttavia, proprio in questa apparente semplicità si gioca una parte essenziale del lavoro analitico.

In questa prospettiva, l’obiettivo della psicoanalisi non è semplicemente rendere conscio l’inconscio, ma aumentare la capacità del paziente di riflettere sui modi che la sua mente utilizza per non venire a contatto con qualcosa che teme possa turbare il suo equilibrio affettivo. In atri termini: far guadagnare al paziente la libertà di incontrare, sentire e pensare anche ciò che, fino a quel momento, è stato per lui estraneo.

Come ha detto la Schwaber: “C’è una differenza fondamentale di prospettiva tra il lavoro interpretativo che cerca di aiutare il paziente ad arrivare a una verità, della cui esistenza l’analista ha una conoscenza implicita, e un’interpretazione intrinsecamente derivata da una domanda alla quale l’analista non ha ancora una risposta… Quest'ultimo approccio, anche se difficile da mantenere, porterà a una metodologia incentrata con maggior rigore sulla realtà psichica del paziente come unico ambito di lavoro” [corsivo mio].

 

 

Bibliografia

 

Brenner C. (1982) - The Mind in Conflict. - New York: International Universities Press (trad. it.: La mente in conflitto. Firenze: Martinelli, 1985).

Gray P. (1990) – “The nature of therapeutic action in psychoanalysis” - J Am Psychoanal Assoc., 38:1083-97

Medri G. (2010) – “Commento al caso presentato da Secondo Giacobbi” – Pratica Psicoterapeutica, Numero 2, 2-2010.

Paniagua C. (1991) – “Patient’s surface, clinical surface, and workable surface” - .J. Amer. Psychoanal. Assn., 39: 669-85.

Sandler J., Sandler A.M. (1986) - The gyroscopic function of unconscious fantasy // in:  Towards a Comprehensive Model for Schizophrenic Disorders (a cura di: D. B. Feinsilver) – New York: Analytic Press.

Schwaber E. A. (1990) – “Interpretation and the therapeutic action of psychoanalysis” Int. J. Psychoanal.,

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