Roberto Carnevali in questo suo scritto rende partecipi i lettori di una ricerca su amae che dura da anni, portata avanti con dedizione ed inesausta curiosità e apertura verso verifiche di quanto maturato nel tempo e nuovi possibili significati. Amae è quanto appassiona il nostro autore sia in ambito di ricerca e discettazione teorica sia in ambito di pratica clinica, cosa che rende gli esiti della sua ricerca particolarmente vivi e in continua evoluzione. Ciò che in giapponese si intende con amae viene espresso ora in italiano con “indulgenza”, dalla traduzione francese e non da quella inglese, entrambe fatte dal testo originario in giapponese, cosa su cui porta opportunamente l’attenzione Carnevali. Questo ci introduce ad una riflessione sull’importanza della lingua nell’esprimere e nel comprendere un concetto e le varie realtà della vita. La traduzione in italiano di amae non gode di un rapporto diretto con l’originale giapponese ma passa dalla mediazione dell’inglese o del francese. Le riflessioni di Carnevali su amae si arricchiscono e implicitamente si intrecciano con riflessioni sulle lingue che lo traducono, ciascuna lingua portatrice di un proprio “genio del linguaggio”, pervaso dalla cultura, storia e sensibilità del popolo cui appartiene. Non a caso vige tra i traduttori l’accostamento tra tradurre e tradire, per esprimere la consapevolezza del presentarsi talvolta dell’intraducibile, se non a costo di lunghe e comunque non sempre esaustive perifrasi.
Tale è il destino di amae, profondamente radicato nella cultura giapponese, la cui traduzione non trova una perfetta corrispondenza nelle altre lingue, almeno non in quelle occidentali citate (forse in altre lingue, più probabilmente orientali, la sua migliore traducibilità è possibile e sarebbe interessante scoprirlo). Da dentro il problema linguistico affiora la diversità delle culture, ciascuna con una propria psicologia educativa e valoriale, ciascuna declinando secondo la propria sensibilità il modo di considerare e trattare ciò che attraversa la comune realtà umana. Ogni lingua è come una voce, ciascuna voce ha un proprio timbro, così che anche cantando le stesse note della stessa canzone l’esito è unico per ciascuna, così come unico per ciascuna lingua è la resa di un significato condiviso con altre.
Roberto Carnevali nelle sue esplorazioni linguistiche riaggancia quell’universale bisogno umano di amore, comprensione, accoglimento, fino al bisogno di indulgenza, qualità offerta come possibilità di accogliere la vulnerabilità dell’altro per trattarlo con sollecitudine e benevolenza. Mi chiedo se tanto interesse per un concetto, che in Giappone viene vissuto come pervasivo della vita familiare, possa essere legato al bisogno di bilanciare sentimenti di segno opposto molto presenti nella cultura occidentale, sociale e anche familiare, mentre in Giappone, a fronte di una cortese ma spietata competitività nel gerarchico mondo del lavoro, l’ambito familiare rimane quale luogo protetto nel quale sperimentare amae. A dispetto di molti elementi correttivi, la competitività rimane predominante nelle società occidentali.
Anche l’inflazionato promuovere la resilienza in fondo è spesso un forzare il soggetto a una individualità autosufficiente, capace di cavarsela da sola, che non soccombe. Una rivisitazione del mito dell’eroe in chiave contemporanea. Ma anche gli antichi eroi avevano bisogno di aiuto e lo ricevevano, senza vergognarsene. Persiste nell’essere umano il bisogno di relazioni amorevoli, volte all’accoglienza e alla comprensione, non disprezzanti la vulnerabilità e il bisogno. Mettere l’altro a proprio agio ed accoglierne i bisogni perché possa esprimersi ed evolvere al meglio è quanto potrebbe bilanciare e superare le tendenze egoiche ed ostili che pure giacciono nell’essere umano e nelle società. Carnevali sembra tenacemente impegnato nel proteggere e promuovere questi valori.