Pratica Psicoterapeutica

Il Mestiere dell'Analista
Rivista semestrale di clinica psicoanalitica e psicoterapia

WORK IN PROGRESS N. 33
2 - 2025 mese di Dicembre
WORK IN PROGRESS
TRA PAROLE PRIMORDIALI E LINGUE ARCAICHE. UN PERCORSO NELLA PSICOANALISI
di Pietro Rizzi

È comprensibile l'entusiasmo di Freud quando nel 1910 legge i saggi dedicati da Carl Abel al “significato opposto delle parole primordiali” che in seguito tra linguisti e altri lettori, per esempio di estrazione psicoanalitica, verrà conosciuto sinteticamente come Gegensinn. Il Gegensinn o enantiosemia interviene per fornire a Freud una chiave di lettura del linguaggio del sogno, quanto a dire del linguaggio dell'inconscio, che sembra contraddire molto semplicemente uno dei fondamenti della logica occidentale, il principio di non-contraddizione o del terzo escluso. Se il sogno può esprimere due significati opposti con la stessa parola, si potrà mettere in campo una pratica interpretativa ad hoc, senza fare attenzione oltre misura alle critiche che continuano a piovere sulla psicoanalisi da parte della psicologia cosiddetta “positiva”. Il saggio “L'inconscio” è del 1915. Dunque, il sogno ha una sua logica: ma grazie a Abel, si può ipotizzare che fosse la stessa della lingua egiziana arcaica, e, si vedrà, anche d'altre lingue indoeuropee. Si esce dalla speculazione per trovare un terreno reale per l'enantiosemia.

Ciò corrisponde a un profondo e diffuso desiderio della scienza del linguaggio fine Ottocento, ovverosia la scoperta di una Ur-Sprache, una lingua anteriore alle lingue storiche e capace di fondarle tutte. È significativa la particella UR, che designa ciò che è originario, primitivo. così la troviamo nella Urszene, la scena primaria che il bambino incontra di improvviso e può originarne un trauma, come ne “l'uomo dei lupi”. Ma la Urszene si può trovare anche in altri contesti, per esempio nelle fantasie isteriche di cui Freud si occupa nel 1895, e inoltre l’interpretazione dei sogni, la Traumdeutung del 1899-1900, ne è profondamente intessuta. Infine UR si può rinvenire anche in un (speculativo) Urilch che si troverebbe libero, a monte dell'Io impaurito e rinunciatario del “Disagio della civiltà”. La ricerca di ciò che, essendo primitivo, è anche a fondamento della materia, e della storia umana (Totem e Tabu) si incontra anche nella popolare (presso gli scienziati) legge biogenetica di Haeckel, che tanta influenza avrà su Freud, continuamente preoccupato di collegare l'ontogenesi con la filogenesi, articolata con la teoria dell'evoluzione, altro pilastro del modello freudiano della natura e, accessoriamente, della cultura.

Quindi il Gegensinn, l'enantiosemia nota fin dall'antica Grecia, diventa un segnale, o meglio un sintomo, dell'autorevolezza di una lingua o più ancora di un linguaggio. Il quale linguaggio, riferito al sogno, non appare più come il caso particolare, secondario, di un fenomeno a sua volta trascurabile come il sogno stesso.

Linguaggio del sogno e linguaggio dell'inconscio vengono, se non a coincidere, quanto meno ad avvicinarsi, e a poter essere oggetti della scienza linguistica che in epoca strutturalista è diventata un'ipotetica lettura delle strutture universali dello spirito umano. Da cui il famoso detto: “L'inconscio è strutturato come un linguaggio” di cui Lacan fa il proprio manifesto.

Di qui, però, si può risalire a un “luogo” teorico a sua volta decisivo per i futuri sviluppi della scienza psicoanalitica. Si tratta di un passaggio di quello scritto (peraltro anticipatore) nel quale Freud, ancora integralmente preso dalla sua qualità di neurologo, nel 1891 tenta di affrontare integralmente il tema della afasia, tanto che lo intitola “Interpretazione della afasia. Uno studio critico”, da cui traspare l'ambizione di collocarsi tra gli studiosi di alto livello che all'epoca si occupano delle relazioni tra il linguaggio e il cervello. Una lettura assai approfondita del testo freudiano si trova nel lavoro di F. Napolitano (cfr. “ I materiali per una filosofia freudiana dell'afasia” [1]) nel quale viene inquadrato in forma analitica (pag.132-211) il contesto nel quale lo studio freudiano nasce e prende forma. Ma quello che ci interessa qui è piuttosto un lavoro di D. Heller-Roazen, che nel suo volume “Ecolalie. Saggio sull'oblio della lingua” (Quodlibet, tr.it. 2007) dedica una delle sezioni del volume appunto alla “Interpretazione delle afasie” (pag.114-126 op.cit.).  Heller-Roazen ripercorre il tentativo di Freud di delineare un modello di Sprachapparat che anticipa il futuro modello linguistico in chiave psicologica di cui Freud si servirà successivamente. “La coscienza emerge” scrive HR “...come prodotto di un processo graduale di scrittura e riscrittura: risultato finale delle molteplici “risistemazioni” e “ri-trascrizioni” … (p.122 op.cit.) in virtù delle quali i “segni” delle percezioni sono fissati, riveduti, e riprodotti: un modello stratificato dell'apparato del linguaggio. Ma scriveva Freud nella spesso citata lettera a Fliess del 1896, un'eventuale discontinuità tra le registrazioni produrrebbe degli “anacronismi” che sono dei “resti” non esauriti e quindi divengono oggetti di rimozione e innescano la “psiconevrosi” (H.R. Pag.123).

Quello che qui ci colpisce però è un'altra cosa. Freud sta citando i “resti” linguistici che permangono dopo l'installarsi di un'afasia. Improvvisamente, nel tessuto del linguaggio scientifico, “neutro”, si manifesta (nota H.R.) un pronome in prima persona: “Io”. Allora, è una “rivelazione tratta dalla vita dell'autore stesso: l'esempio più avvincente tra quelli citati fino allora” (H.R. Pag.120). E Freud prosegue “per due volte mi sono trovato in pericolo di vita” (…) “Ho pensato tra me e me 'ora sei spacciato' ”. Ma, stranamente, Freud sente, contrariamente al solito, quelle parole come se qualcuno gliele urlasse nell'orecchio e le vede “come stampate su un foglio fluttuante nell'aria”.

È una vera e propria allucinazione visiva e uditiva. H.R. nota che l'evento non attiva una risposta in termini di linguaggio. L'esempio chiude per sempre qualsiasi commento: è una sorta di “memoriale” scrive HR “di una perdita futura: (…) le parole stampate sul foglio fluttuante (…) annunciavano la fine del linguaggio, (…) testo e testamento di una capacità linguistica svanita (pag.120). Ma si trova qui una conseguenza fatale. In assenza di trascrizione o traduzione, il contenuto psichico è destinato a rimanere inerte, a-simbolico, oggetto di una rimozione che non riesce ad essere completata. Nella mente del soggetto, coscienza e memoria non possono che cercare di togliersi vicendevolmente il dominio dell'Io.

 HR spiega così la famosa frase “soffrono di reminescenze” attribuita alle nevrosi isteriche. Già all'epoca del Freud neurologo era presente in nuce la tematica di una crisi profonda dello “apparato di linguaggio” che sarebbe stato protagonista della Traumdeutung in quanto tentativo di codificare in qualche modo il linguaggio del sogno e quindi dell'inconscio. E allora venendo al terreno più tardo della coazione a ripetere e del narcisismo, non ci troveremmo di fronte allo stesso tema: la perdita della libertà del/dal linguaggio? L'unheimlich è forse in qualche modo imparentato con la struttura chiusa dell'enantiosemia, del Gegensinn?

Freud si è forse lasciato ingannare dalla lettura puramente semantica di Abel. Si è affannato a consultare i dizionari di diverse lingue e infine e soprattutto della lingua tedesca, per trovare la chiave di lettura della formula di apparenza enantiosemantica che contiene le parole Heim, Heimat e infine il suo contrario Unheimlich, quel termine che non si saprà bene come tradurre in italiano, finendo poi per approdare a “Perturbante”, ciò che appare insieme familiare, come lo è la casa, o la patria/heimat, e insieme alieno, estraneo, e per questo basta una particella che lo nega.

In realtà questa lettura, come è testimoniato da una amplissima, esauriente ricerca di G. Basile, rientra in un tema più esteso, quello della polisemia. Con la lettura di Abel cara a Freud, verrà ripresa da altri psicoanalisti e da un filosofo come Ricoeur e dallo stesso Lacan, ma poi anche vivamente criticata (per esempio da Benveniste) e alla fine abbandonata a favore di una teorizzazione del linguaggio, la polisemia, nella quale alla fine si affermeranno le categorizzazioni cognitive del fenomeno moderne e contemporanee[2].

La tematica dell'intervento dei fenomeni inconsci nei processi di significazione è quasi ubiquitaria in Freud, a partire dagli scritti sulla psicopatologia della vita quotidiana, e del motto di spirito, per approdare in modo esteso alla Traumdeutung. Il linguaggio del sogno è il risultato di trasformazioni del linguaggio e della rappresentazione che pongono appunto il problema dei significati opposti (il Gegensinn) e dell'assenza della negazione. Ma non è questo l'oggetto del nostro interesse.

 Si tratta di qualcosa di diverso, che abbiamo scoperto nella “Interpretazione delle afasie” e che è stato sottolineato da Heller-Roazen. E' una modalità specifica che compare in pieno nell'esposizione freudiana di determinati temi. Heller-Roazen ha fatto notare come, nel linguaggio “neutro”, scientifico, della teorizzazione neurologica, è intervenuta improvvisamente una rottura, ed è l'aneddoto personale nel quale Freud si propone come soggetto individuale: sono i momenti in cui ha timore per la sua vita e ha sentito dei suoni nella sua mente, ha visto un oggetto fluttuare nell'aria (un foglio traslucido). Sembra chiederci di partecipare a una esperienza quasi allucinatoria.

Questa stessa modalità compare ne “Il Perturbante”. Non solo, anche in due passaggi decisivi di due opere (“Al di là del Principio di piacere”, “Costruzioni nell'analisi”) che sono degli spartiacque nel suo lavoro di teoria e clinica.

In altri luoghi, (“Il disagio della civiltà” e, soprattutto, “Mosè e il monoteismo”) potremmo trovare simili “apparati di significazione” ma in questa sede occorre limitarci a due passaggi citati per la loro cogenza.

Ne “Il perturbante” sono ben due i luoghi dove avviene il fenomeno citato di irruzione del fatto personale nel tessuto del linguaggio scientifico. Ma la domanda che essi pongono è il “perché”. Il primo aneddoto si trova quando Freud riferisce di essersi trovato a tornare per ben tre volte in un quartiere particolare di una non meglio identificata cittadina italiana. Il quartiere al quale Freud, spinto da una pulsione inconscia, ritorna per ben tre volte, è un quartiere, diremmo oggi, “a luci rosse” dove personaggi femminili dall'aspetto inequivocabile (sono prostitute) si affacciano da “casette” le une accanto alle altre. E’ un luogo Unheimlich dove si manifesta qualcosa di oscuro, inquietante, alieno: sono piccole “case stregate”, abitate per Freud da fantasmi; forse, da fantasmi primitivi (di cui parla Laplanche): la castrazione, la scena primaria, la seduzione. Sicuramente, la narrazione che Freud fa di sé stesso riguarda uno dei temi che egli considera da sempre imprescindibile nel suo sistema teorico: il ruolo (per certi versi cosmico) della Libido e quindi del Principio di Piacere, nella creazione e mantenimento dell'essere un Soggetto.

Quando, anche qui inaspettatamente, cita nel testo, prendendolo da Nietzsche, “l'eterno ritorno dell'uguale” Freud sembra segnalare quel passo fatale che ormai sente di dover affrontare, ovvero lo scoglio della “coazione a ripetere” che i traumi di guerra hanno rivelato in tutta la loro violenza. Nel momento in cui Freud si mette in gioco nella sua (sua propria) esperienza di perturbante ci mostra la presenza inquietante di un segreto che si sta affacciando in lui: il sistema delle pulsioni. il Principio di Piacere e il Principio di Realtà stanno sgretolandosi sotto i colpi dell'eterno ritorno dell'Uguale, che per Nietzsche ha un significato liberatorio (di accettazione totale del mondo), per Freud invece rappresenta un nodo impossibile da sciogliere, ovvero la Pulsione di Morte, incarnata nella coazione a ripetere (la Wiederholungszwang) nel quale il soggetto si ritrova tragicamente intrappolato.

Freud nel mostrare sé stesso costretto a tornare sui suoi passi senza saperlo, ci indica una sfida mortale tra la Vita (la “dea Libido”, così l'aveva chiamata molto tempo prima) e la morte del principio del Nirvana. Se l'aneddoto sui vicoli e sulle case dove potrebbero esserci un possibile soddisfacimento libidico (che non ci sarà) è riportato appositamente per creare nel lettore una sorta di sorpresa traumatica, l'apparizione del Unheimlich, portatore di un segreto inconfessato. Forse Freud teme di essere inserito nel clima delle emozioni forti dei racconti di Hoffmann ai quali fa riferimento, nei quali la violenza (cfr. i personaggi italiani), il sangue, la morte stessa sono molto presenti nelle trame dei racconti.

In realtà, nello stesso periodo si occupa di traumi bellici, ed è una coincidenza singolare che, secondo lui, il trauma conseguente allo scoppio della granata, provochi nel soldato una crisi della struttura libidica della personalità antecedente all'evento, il che forse può essere un'ipotesi alquanto discutibile alla luce delle nostre conoscenze attuali.

Certamente, ne “Il perturbante” appare quale protagonista della psicopatologia la coazione a ripetere, “eterno ritorno dell'Uguale” come abbiamo visto, che interviene a bloccare lo scorrere del tempo, e quindi costringe a rivedere il modello delle Pulsioni e i principi (Piacere e Realtà) su cui quel modello si sostiene. Il linguaggio senza tempo dell'Inconscio si riconosce nell'episodio sessuofobico della piccola città straniera, che continua a riproporre il suo appello alla libido senza trovare risposta se non un'inutile ripetizione.

Perché Freud abbia presentato, allora, sé stesso come soggetto di desiderio e non esente da una possibile vita libidica, resta abbastanza incomprensibile a prima vista, soprattutto mentre continua in tutto il saggio a protestare la propria indifferenza rispetto alle “superstizioni” animistiche che installano una regressione ai tempi delle società primitive. L'adulto “civilizzato” compare ne

“Il Perturbante” come il pilastro del pensiero razionale e scientifico, ma nasce il sospetto che Freud abbia una vista più estesa del ruolo della mentalità primitiva nel costituire/condizionare la filogenesi della società. “Totem e Tabu” sono lì a testimoniare il tentativo freudiano di una visione pre-istorica, mitica, del mondo.

La coazione a ripetere non sarebbe sufficiente a un dispiegamento alternativo del modello pulsionale, se non fosse presente un altro versante del modello che Freud sta costruendo. Si tratta del narcisismo, appena scoperto/descritto nel lavoro magistrale dallo stesso titolo. Ne “Il Perturbante” il narcisismo compare come una rappresentazione che delinea una vera e propria “figura” destinata a grande fortuna. E’il Sosia, o altrimenti il Doppio, come lo avrebbe chiamato Otto Rank in uno scritto (1914) destinato a grande fortuna.

Ispirandosi a Rank, Freud gli dedica ne “Il Perturbante” diverse pagine, nell'ottica, che gli è propria, di collegare fenomeni arcaici a manifestazioni dell'inconscio e al linguaggio del sogno (il raddoppiamento di oggetti angosciosi). I resti delle superstizioni primitive e le fantasie infantili (l'onnipotenza dei pensieri) si rivelano nelle raffigurazioni di Doppi che il lavoro di Rank fa emergere dal passato (la filogenesi della storia umana) per approdare alla ontogenesi dell'età romantica, di cui Freud ha testimonianza negli inquietanti racconti di Hoffmann, percorsi da una vena di violenza, di fatti di sangue, di morte, nei quali si scorge quel fantasma di evirazione (la castrazione) che è strettamente imparentato al mito edipico, manifestatosi come il pilastro della elaborazione teorica freudiana.

Nel Sosia/Doppio e nella sua dinamica si ha in un certo senso la congiunzione dei due grandi fenomeni di recente introdotti nella clinica, la coazione a ripetere (il villaggio italiano percorso e ripercorso da Freud) e la manifestazione del narcisismo, forma primaria di difesa, almeno in origine, contro l'angoscia della caducità umana di fronte alla morte e alla perdita/dissoluzione dell'Io.

È qui che, leggendo oggi, Il Perturbante si mostra come il “vero” Unheimlich, dove il Doppio appare come la scena di un Estraneo, o Alieno, assoluto, essendo invece l'Uguale, figura stessa del Sé. Narciso si specchia senza conoscersi: ciò che dovrebbe essere visibile come l'immagine speculare di sé, è invece l'Altro.

È qui che si manifesta per la seconda volta (sono eventi che appartengono entrambi alla esperienza diretta di Freud) quella modalità narrativa che abbiamo già incontrato nella Interpretazione delle afasie, cioè l'irruzione improvvisa, nell'ambito di un discorso scientificamente neutro, dell'aneddoto personale tratto dalla esperienza reale dell'uomo Freud. Se il primo, legato alla coazione a ripetere, è quella vicenda del ripetersi della presenza involontaria nel quartiere delle prostitute, il secondo è ancora più significativo. In una nota al testo, che però è tutt'altro che secondaria, Freud parla di episodi in cui il filosofo E. Mach e lui stesso vengono sorpresi dalla apparizione di sé stessi come un'incomprensibile visione oggettivata della propria persona. In particolare, Freud vede sé stesso, senza riconoscersi e con un effetto perturbante, riflesso nello specchio dello scompartimento ferroviario nel quale si trova. Come anche nelle vicende di Mach, Freud si vede come un personaggio non solo sconosciuto ma dall'aspetto ostile. Tale fenomeno non solo è ben noto quando si verifica, ma è ampiamente sfruttato nella finzione cinematografica come fonte di spavento se non di orrore: è il sé-come-Altro del cosiddetto Jump-movie (il film che sfrutta lo spavento improvviso).

Questa volta è una figura narcisistico-identitaria, che rientra ampiamente nel tema dell'Unheimlich: qualcosa di familiare, di ben noto, che si trasforma in alcunché di sconosciuto e minaccioso. Qual è il segreto che viene alla luce e nello stesso tempo deve tornare nell' oscurità? Freud, nelle pagine successive del saggio, devia il discorso sulla libertà estetica dell'artista che crea un mondo al limite tra realtà e immaginazione e in tal modo può permettersi di sfidare il Principio di realtà, ma nello stesso tempo di ristabilirlo, quando esce dal fantastico per offrire in qualche modo un significato accettabile alla vicenda. Solo nelle fiabe, sostiene Freud, si può accettare un finale aperto (il futuro) alla narrazione.

Quello che costringe il lettore di oggi a lasciare il finale di due episodi privo di una effettiva conclusione è l'anomalia insita nei due aneddoti. Per una sorta di enantiosemia, non tematica ma concettuale, i due episodi mostrano due correnti opposte. Il villaggio italiano mostra una pulsione sessuale che si anima alla vista delle figure femminili, per essere poi respinta su sé stessa. Il Doppio con il quale Freud si confronta nel vagone ferroviario si mostra dapprima angoscioso e alieno, ma in un secondo tempo è necessariamente riconosciuto. Il Sé viene messo “fuori di sé” e poi riportato a sé stesso, ma questo doppio movimento è profondamente inquietante/sinistro (appunto Unheimlich) in quanto lascia intatto il “segreto” del suo significato. Forse la morte contro la quale si erge la difesa del Doppio? Forse l'ambivalenza delle pulsioni che si giocano in quel momento?

“Il Perturbante” è esso stesso l'Unheimlich personale di Freud, nonostante tutti gli sforzi di placare l'angoscia del mondo primitivo che l'esperienza del Doppio ha aperto, facendo regredire lo scienziato Freud, forse, ai suoi terrori infantili. Così come lo hanno fatto regredire a desideri sessuali ormai non più concessi, quelle donne “dipinte” e disponibili, non per nulla viste in un paese latino (l'Italia) sicuramente più caloroso della Vienna-heimat di sempre.

Le due correnti che si manifestano nella narrativa de “Il Perturbante” hanno forse a che vedere con l'angoscia traumatica che Freud sta sperimentando mentre scrive i due grandi saggi del 1920-21, “Al di là del Principio di Piacere” e “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”.

Ma la terribile tragedia della I Guerra Mondiale (prima irruzione di un'angoscia incontenibile) si sdoppia nelle scoperte che rivoluzionano il sistema delle pulsioni così accuratamente elaborato negli anni, ed è l'angoscia personale che, come vedremo, si trasferisce nel cuore stesso di “Al di là del Principio di Piacere”. È il “Fort: da” del piccolo Ernst che risuona nell'anima del nonno Freud che lo osserva partecipe. Le scoperte teorico-cliniche di questo periodo cruciale vanno nel senso di sviluppi rilevanti del sistema, ma nello stesso tempo ne dichiarano la crisi.

È una sorta di enantiosemia non semantica ma teoretica, in cui lo stesso concetto può rovesciarsi nel suo opposto (sarà così per le pulsioni). La coazione a ripetere e la dinamica del narcisismo sono entrambi ostacoli pressoché insuperabili rispetto alla processualità della psiche, ma negli sviluppi della teoria clinica offrono agganci preziosi alla cura delle nevrosi.

Freud si trova a scoprire un sistema delle pulsioni dove il Principio di piacere non domina più e coesistono correnti pulsionali diverse, se non opposte: il sistema va revisionato e rivisto completamente. Si apre uno spazio vuoto di fronte a Freud. Che cosa potrà riempirlo?

“Al di là del Principio di Piacere” e “Psicologia delle masse e analisi dell'Io” sono forse estremi tentativi di ricostruire i significati perduti, le “Costruzioni” al servizio del Principio di Piacere.

Nel suo lavoro interamente dedicato a “Al di là del Principio di Piacere” Jacques Derrida[3] si riferisce a questo bisogno di trovare degli “antecedenti” che Freud avverte in tutto il suo percorso speculativo. La speculazione (questa novità nel metodo seguito da Freud) porta con sé un racconto, ma anche un mito e una ipotesi, afferma Derrida nella sua accurata decostruzione di “Al di là del Principio di Piacere”. La speculazione, osserva, è all'origine. Derrida, pur esaminando con cura il testo freudiano, non offre nessun appiglio interpretativo, quasi rispettando un procedere a vuoto della speculazione, il passo, dice, che non va da nessuna parte, un continuo “zoppicare”. All'origine, sembra si trovi inesorabilmente un vuoto, un'assenza che il pensiero freudiano nel suo tentativo di tenere in piedi il sistema delle pulsioni, ora che si sta dissociando nelle due forme della Vita e della Morte, non riesce a riempire completamente di senso.

Ecco allora, a proposito del gioco del rocchetto, manifestarsi una volta ancora (dopo il passaggio delle afasie, la coazione a ripetere e il Doppio nel “Perturbante”) quel modo singolare della irruzione improvvisa di un aneddoto nel fluire inerziale del discorso scientifico.

 È un gioco che Freud attribuisce in apparenza al proprio nipote, oggetto di attenta osservazione, ma possiamo pensare, piuttosto, che sia una “forma” del suo proprio pensiero, e l'aneddoto richiama il lettore a una sorta di stupore improvviso. Il Fort: da è un segreto, e il segreto è un Unheimlich che si rivela quando ciò che è conosciuto, familiare è al contrario inquietante, sinistro, una figura del Perturbante che si credeva lasciato alle spalle. Il Fort: da di Freud è solo suo, è il doppio movimento dello “speculare” verso un certo orizzonte, che si rivela al ritorno vuoto, insignificante, così come la figura materna non riappare al piccolo Ernst al ritorno del rocchetto. Alla fine la tentata speculazione (il racconto, l'ipotesi mitica) si rivela insensata: Derrida segue come un perito chiamato a redigere un resoconto definitivo, senza riuscirci come non ci riesce Freud, le contorsioni alle quali sottomette il testo non interpretabile, non esauribile che è costituito dalla analitica di “Al di là del Principio di Piacere”.

Qual è allora lo scioglimento di questo racconto aggrovigliato dove si agitano le “Pulsioni e i loro destini”, titolo assai significativo? Tra il familiare e l'alieno, l'estraneo, non si insinua forse l'orrore? Quale è l'ipotesi che possiamo avanzare di fronte a quell'irrompere di un fatto così personale e pregno di significato, che è il Fort: da impiantato nel cuore dell'austero ragionare di “Al di là del Principio di Piacere”?

L'ipotesi è che Freud voglia trasmettere un'angoscia primitiva, un senso di orrore di fronte al vuoto che intravvede nella sua speculazione. Non c'è risposta alla sua interrogazione sulle due correnti che percorrono il modello pulsionale, andando, come in una enantiosemia non semantica, in direzioni opposte pur essendo in pratica fatte della stessa sostanza, Pulsione di Vita, Pulsione di Morte. Non c'è modo di fare posare in un unico luogo le due pulsioni.

Siamo forse di fronte a un momento nichilista di Freud, in questo momento affascinato dl “ritorno dell'Uguale” offertogli da Nietzsche?

È significativo che in “Psicologia delle masse e analisi dell'Io” Freud si metta al lavoro per chiedere un modello che racchiuda insieme l'Io, la Libido, le spinte pulsionali, l'Ideale dell'Io, come aveva tentato con la storia-preistorica di Totem e Tabu. Ma il punto di arrivo è l'Imago di una figura paterna che rischia di presiedere un'Orda dove tutto potrebbe confondersi.

Forse una ricerca di appagamento si avrà nei lavori successivi. Sono “L'avvenire di un'illusione” e “Il disagio della civiltà” dove un Freud quasi illuminista indica il rifugio della Ragione e della Scienza come ultima spiaggia alla quale l'umanità confusa di quegli anni può - potrebbe – approdare.

La ricerca di altri passaggi dove l'aneddoto personale viene a rompere lo scorrere uniforme del linguaggio scientifico potrebbe continuare, nella produzione “estetica” della seconda fase del percorso di Freud, come anche in un testo di grande portata speculativa come il “Mosé”. Ma sarebbe un compito estremamente impegnativo, dato l'intreccio dei temi coinvolti.

Non può mancare all'appuntamento un testo tardivo ma di valore, per così dire, fatale, che è “Costruzioni nell'analisi”. Qui Freud si dedica a un gioco che, come vedremo, sembra presentarsi con tutti i caratteri dell'inquietante estraneità. Inserito in un contesto concettuale stringente e senza apparenti punti di rottura, si trova un aneddoto personale che si può definire di elevata singolarità.

Freud descrive sé stesso (non sappiamo se il fatto, definito “quasi comico”, appartenga alla realtà o alla pura e semplice finzione) in una veste ormai inedita, essendo “Costruzioni” del 1937. È un vecchio medico, al quale un giovane collega richiede un intervento personale: si tratterebbe di convincere la giovane sposa di costui a concederglisi sessualmente, cosa che evidentemente la giovane donna non gradisce.

Freud esegue quanto richiesto, prospettando alla giovane i pericoli per la coppia (e per l'uomo) creati dall'astinenza. Inserendosi nella conversazione, una notazione del giovane medico è rivolta a rafforzare l'autorità di Freud, che avrebbe correttamente diagnosticato la malattia mortale di un suo paziente.

Freud non manca di rilevare la singolarità di una simile lode, ma poi ne comprende l'intenzione, di rafforzare moralmente la sua figura.

L'intero episodio si presenta con caratteri assolutamente peculiari. Appare per certi versi anti-psicoanalitico: la suggestione che Freud esercita sulla giovane donna, lo scambio di cortesie alquanto ipocrite tra i due medici, l'atmosfera teatrale dell'evento, sono tutti elementi che dovrebbero in altre circostanze rendere Freud sospettoso. Il tutto suona come una sciarada o un rebus in cui ogni parte del racconto cela un proprio segreto.

Il versante nascosto dell'aneddoto, che Freud esorcizza chiamandolo “quasi comico”, appare improvvisamente dall'accostamento di due fattori pulsionali; il risveglio, almeno ipotetico, della libido femminile nella giovane sposa, che rinvia alla Pulsione di Vita, mentre la diagnosi infausta di una malattia mortale da parte di Freud, non può che rinviare alla Pulsione di Morte. L'ipotesi, di fronte a questi elementi che emergono dalla apparente superficie anodina di un racconto “leggero”, è che Freud riprenda ancora una volta il gioco tra la superficie e la profondità che abbiamo seguito nel corso degli anni a partire dall’ l'Interpretazione delle afasie e per giungere fino a “Costruzioni nell'analisi”.

Freud non rinnega la propria veste, appena rafforzata nel 1937 dai numerosi riconoscimenti che riceve, di scienziato e teorico/speculatore. Ma al tempo stesso, con l'evoluzione dei suoi “Fort: da”, mostra tutta la umana fragilità della sua persona. Non solo la persona fisica e psicologica, ma quella Persona in termini assoluti che Freud sente di rappresentare sullo sfondo (drammatico e presto tragico) del suo secolo. Nessuno gli potrà mai sottrarre la gloria della sua grande opera/scoperta, la Psicoanalisi: ma è un merito infiltrato dalla consapevolezza dell'Angoscia assoluta che porta con sé, un'angoscia non negoziabile, che si può solo affrontare, senza risolverla, ogni volta con gli stessi strumenti che la Psicoanalisi ha messo a disposizione dei fratelli/sorelle umani.

Il “gioco” del “Fort: da” è un lascito che Freud intende dedicare (nota Derrida) a chi legge i suoi saggi, “Al di là del Principio di Piacere” e “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”, senza sentirsi travolgere dall'angoscia profonda che essi portano con sé, che è presente anche in quel titolo (che allude a “Al di là del bene e del male”) che evidentemente Freud ha scelto avvertendo una sua parentela (pur negata) con il paradossale ottimismo nichilista di Nietzsche, l’accettazione dell’enigma del mondo così com’è.

Il lascito di Freud sarebbe dunque questo: la sopportazione dell'angoscia, grazie alla consapevolezza che si manifesta all'orizzonte dell'essere umani. È un'angoscia, però, senza un termine finale, un approdo in qualche terra più felice: è solo il coraggio di comprenderla e affrontarla che può offrire la forza necessaria a renderla parte dell'esistenza umana.



[1]   NAPOLITANO F. (2010), S. Freud L'interpretazione delle afasie. Uno studio critico, QuodLibet, Macerata.

[2]   BASILE G. (1996), Sull'enantiosemia. Teoria e storia di un problema di polisemia, Centro editoriale e librario, Rende, Italia, cfr. cap 6 e 7.

[3]   DERRIDA J. (1980), Speculare-su “Freud”, tr.it. 2000, Cortina, Milano.

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